DOMENICA, 9 FEBBRAIO 2020

9 Febbraio 2020 Off Di wp_10628220

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO A – 9 FEBBRAIO 2020

PRIMA LETTURA – DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA (Is 58,7- 10) – Così dice il Signore Dio: «Non consiste forse [il digiuno che voglio]nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».Parola di Dio.

È un vero peccato che il brano odierno abbia tralasciato i primi versetti, ove il profeta è invitato ad annunciare a squarciagola e dichiarare al mio popolo i suoi delitti e i suoi peccati. Il profeta deride il digiuno dei ricchi con cui dovrebbero provare che cosa significa essere poveri e poi li fustiga: digiunate proprio mentre angariate i poveri. Il Profeta evidenzia la precondizione necessaria per cercare il Signore: solo se si condivide il pane, si introducono in casa miseri e i senza tetto e si vestono gli ignudi (e qui pone un’aggiunta importante: senza trascurare i parenti), allora si farà presente la luce e… la tua tenebra sarà come il meriggio.

SALMO RESPONSORIALE – Dal Sal 111 (112) – Rit: Il giusto risplende come luce – Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti: /misericordioso, pietoso e giusto. /Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, /amministra i suoi beni con giustizia. Rit. – Egli non vacillerà in eterno: / eterno sarà il ricordo del giusto. / Cattive notizie non avrà da temere, saldo è il suo cuore, confida nel Signore. Rit. Sicuro è il suo cuore, non teme, / egli dona largamente ai poveri, / la sua giustizia rimane per sempre, / la sua fronte s’innalza nella gloria. Rit.

Il salmista rimarca le idee di Isaia e ne completa il suo pensiero aggiungendo che solo chi fa del bene al prossimo è felice, non teme e non vacilla.

DAL VANGELO DI MATTEO (Mt 5,13-16). In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Parola del Signore.

Nelle scorse settimane ci siamo già soffermati sufficientemente sul passaggio dalle tenebre alla luce, ma oggi Gesù non solo mette in evidenza che noi stessi siamo o dovremmo essere luce, ma che questa è destinata ad essere messa sul candelabro e non sotto il recipiente da un moggio. è importantissimo anche il segno del sale, che oltre come condimento, è essenziale soprattutto per la sua capacità anticorruttiva, sicché veniva usato in molte e differenti situazioni: per conservare gli alimenti come la carne e il pesce, come moneta di scambio, come ricompensa del lavoro (da cui il salario), come segno di amicizia e fraternità (ci si scambiava il sale) e per stabilire alleanze (vedi i famosi patti di sale). In caso di guerra, poi, le prime miniere occupate erano quelle del sale e per il commercio venivano seguite le vie del sale (Salisburgo). Si poneva il sale nelle fondazioni delle città e si spargeva sul campo prima della seminagione. Nel battesimo era usato come segno di protezione e nel medioevo veniva sparso contro il demonio e gli spiriti cattivi. Nel Vangelo il sale rappresenta l’intelligenza illuminata dello spirito, di cui gli Apostoli sono depositari e dispensatori.

SECONDA LETTURA – DALLA PRIMA LETTERA S. PAOLO AI CORINZI (1Cor 2, 1-5) – Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Parola di Dio.

La predicazione di Paolo verte specificamente su Gesù, il Cristo e questi Crocifisso. Un Messia (māšīāḥ) che è sì anche Re e Sacerdote, ma e divenuto tale sulla croce. La potenza della morte e risurrezione di Cristo è il cuore dell’apostolato paolino. Questo è il mistero del Dio cristiano, che non può essere confuso con alcun altro. Paolo se ne fa banditore, ma con un tono e un metodo singolare: senz’appoggiarsi a discorsi aulici e retorici e senza l’uso suadente dell’umana sapienza. Il suo solo sostegno è la manifestazione della potenza dello Spirito, una δύναμις, una forza, che accompagna l’annuncio dell’Apostolo. La potenza creatrice e risanatrice si manifesta, infatti, mediante la forza intrinseca della Parola predicata che è capace di sciogliere i grumi dell’indifferenza e le pretestuose contorsioni intellettuali degli intelligenti e colti e predispone all’accoglienza e alla docile sottomissione della stoltezza della predicazione. Singolare è anche l’emergere del tratto umano: l’essere debole, timoroso e trepidante dell’apostolo, conscio che l’efficacia della predicazione non dipende da lui, ma dalla forza dello Spirito e dalle personali disposizioni dell’ascoltatore. Ad Atene, infatti, non gli è andata bene, perché S. Paolo ha puntato sulla sua capacità di persuasione, sul ragionamento.

MESSAGGIO E ANNUNCIO

In sostanza, oggi la Parola ci presenta tre diverse situazioni. La prima è la Parola netta, franca e tagliente di Isaia; un brano che fa parte di alcuni capitoli aggiunti al libro originale da un autore ignoto, noti come terzo libro di Isaia, detto anche trito-Isaia, che è sicuramente post esilico e che, comunque è Parola ispirata. Il brano odierno denuncia la parossistica nevrosi religiosa di chi pensa di poter piacere a Dio, anche facendo – in modo palese -ciò che Dio detesta. Si presenta davanti a Dio con il volto afflitto di uno che digiuna, nello stesso istante in cui opprime, schiaccia ed uccide il prossimo. E c’è anche chi, schifosamente, semplicemente ignora il misero e agisce come se non esistesse, senza comprendere che – in tal caso – è come se lo avesse ucciso. A costoro Isaia grida a squarciagola la nefandezza e l’orrore di un simile comportamento e tiene a precisare che cosa veramente è gradito a Dio.

Anche oggi accade qualcosa di strano, ma – guarda caso – proprio da parte di chi si fa paladino di accoglienza, lasciando passare sotto questo meraviglioso sostantivo, una vera e propria invasione e un ricambio etnico programmato dai globalisti, che tendono alla nullificazione di ogni identità, ubbidendo sfrontatamente ad un sistema di pensiero che va sotto il nome di dottrina Kalergi (Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, filoso austro-giapponese, autore di Praktischer Idealismus, 1925), che – in nome di una nuova Europa – ipotizzava un meticciato diffuso nel nostro continente, passando sopra – a piè pari – a storia, tradizione, cultura, identità e religione. Ovviamente, essendo questi rigidamente massone, come al solito, tutto viene nascosto e si grida alla falsità della cosa, ma che poi regolarmente accade ed inevitabilmente si realizza.

Questo è solo lo spunto, ma volevo parlare di altro. Intendo riferirmi e denunciare lo smaccato fariseismo di chi oggi, ma solo oggi, si fa in quattro per l’accoglienza, al solo fine di lucrare sui migranti. Ma quante persone buone ci sono oggi! Pagate e più che pagate (il processo Roma Capitale, ha disvelato e messo a nudo lo schema). Ma restiamo in casa nostra, voglio parlare dei tanti preti, frati, suore e monsignori che stamattina, d’improvviso, si sono svegliati “accoglienti”. Naturalmente, non faccio di tutt’erba un fascio: ci sono casi e casi; per es. a Gesù e Maria a Foggia, le cose – grazie a Dio – vanno diversamente, e non da ieri, ma da quasi quarant’anni!

Tornando a noi, mi sai dire quanti si preoccupano di fornire un minimo, dico un minimo, di assistenza e conforto religioso per la massa incredibile di cattolici che sono sbarcati da noi? Che so, una S. Messa, una confessione, qualche parrocchia che in nome della comune fede serva gratuitamente (e non con la carità pelosa!) i tanti disperati, strappati dalla loro terra e qui attirati da falsi miraggi e poi abbandonati come derelitti nei centri di accoglienza. Bene, dice Isaia, senza trascurare i parenti, ed è così, perché i poveri sono poveri e basta. La mia speranza è che, oltre ad elargire un tozzo di pane e un vestito usato, i nostri fratelli cattolici immigrati siano sostenuti nella vita e pratica di fede. Perché non si occupano di questi nostri fratelli nella fede i tanti gruppi che vivono presso le nostre parrocchie e conventi? Oggi è necessario annunciare Gesù Cristo e questi crocifisso e risorto!

Con quest’ultimo pensiero, penso di essermi collegato alla II lettura, in cui S. Paolo annuncia il Kerygma e in modo fermo attesta che questo annuncio deve essere proclamato integralmente, senza l’edulcorazione della cultura delle forme letterarie e dai modi di pensare tipici della nostra saggezza, che – ovviamente – ci suggerirà di non esagerare, di non essere estremisti. Questo è il modo elegante di uccidere la verità: indossando i guanti della correttezza e della convenienza. E, invece, no, Paolo è esagerato, è spregiudicato e non ama le mezze misure, alla faccia dei benpensanti!

Allego a questi spunti omiletici, la prima parte di una catechesi di un altro spudorato, parole che mi toccarono il cuore alcuni anni fa e che ancora me lo riscaldano. Sono di Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, che ha per titolo: Vivere la vita di un altro. Le propongo perché domenica scorsa ci siamo soffermati sulla paura della morte, ricordate? Ebbene, trattasi di parole che non avevo mai sentito e che non provengono dall’ambiente ecclesiastico.

A me, nel lontano 1987, fecero molto bene. Propongo questa catechesi in modo a brani, così può accompagnare la nostra riflessione in questo periodo pre quaresimale. Devo anche aggiungere che il testo, essendo predicato da uno spagnolo e a braccio, ha avuto bisogno di qualche piccolo ritocco, solo per renderlo scorrevole, senza compromettere né il pensiero né la sequenza logica.

Il messaggio del Vangelo mi tocca e ci tocca personalmente: Voi siete la luce del mondo e il sale della terra. E questo mi fa capire che se c’è tenebra ovunque e se per molti la vita è insipida, scialba e senza gusto, questo accade anche perché la mia e la nostra testimonianza è povera e insignificante. Questo mi deve fare interrogare: forse si tratta della presunzione di un cieco che vuole guidare altri ciechi? Può darsi; oppure di dalla discrepanza schizofrenica che c’è tra le parole e i fatti concreti? Oppure, ancora, di una luce messa sotto il moggio, anziché sul lucerniere? Sono domande inquietanti a cui io e voi non possiamo sfuggire. Oggi la Parola diviene un vero e proprio scrutinio su tre punti: 1) sulla vera carità e sul vero digiuno; 2) sulla predicazione e sull’annuncio del Nome santo di Gesù Cristo e sulla croce; 3) sulla testimonianza che non può ridursi a vane e vaporose parole, ma queste devono rivestirsi di concretezza e di coerenza. Auguro a me e a voi, fratelli e sorelle, che questa Parola non ci passi sulla testa. Scusami per l’insistenza, ma ti prego di leggere e meditare la catechesi: non essere pigro o superficiale! Pace e Bene.

 

VIVERE LA VITA DI UN ALTRO  (I Parte)
Catechesi in preparazione alla visita del Papa (S. Giovanni Paolo II)
Kiko  Arguello – Cattedrale di Foggia, 21 maggio ’87

Vi dicevo che sono contento di precedere il Papa che viene tra voi, con la mia testimonianza piccola e debole. Sapete, io sono un laico, una persona come voi e cristiano come voi; uno che Dio ha preso, come sta prendendo voi, senza che io avessi nulla di straordinario e senza alcun merito particolare. L’unico merito mio sta nel fatto che Lui mi ha preso, mi ha chiamato e che mi ha cambiato l’esistenza, tanto che ogni giorno mi sorprendo a fare cose che non so perché le faccia.

Che faccio qui in una chiesa a predicare? Io sono pittore dovrei stare con una ragazza a Parigi, che faccio qui con voi? C’è qualcuno che mi ha preso che mi sta obbligando a vivere non la mia vita ma la sua, quella di un altro. Non faccio quello che mi pare e piace. Sono condannato, diciamo così, a vivere la vita di un altro. Un altro che ha voluto che io sia qui con voi, oggi. Mi piaccia o no. Il mio vivere è oggi vivere quest’Altro, che è Cristo.  Non sto dicendo ciò in senso negativo.

In questo mondo, fratelli, vi sono due forme di vivere, vi sono due tipi di persone: quelli che vivono la loro vita e quelli che vivono la vita di un altro. Quanti qui vivono la vita di un altro?

Quello che San Paolo chiama vivere nella carne, e che non si riferisce alla sessualità e al lerciume. No, vivere nella carne è di quelli che vivono la vita con la propria intelligenza, con la propria cultura, con la propria sensibilità. Insomma, chi dirige la propria vita da se e per se. E, poi, ci sono quelli che San Paolo chiama spirituali, quelli che si lasciano guidare dallo Spirito e che non dirigono la propria vita, ma lasciano che la diriga lo Spirito Santo.

Quindi, ci sono quelli che si fanno Dio di se stessi ed è quello che il demonio ci suggerisce di fare e ci pone nella tentazione. Il tranello in che consiste? E’ una cosa molto profonda: dice il demonio ad Eva: « … se mangi di questo albero, tu sarai come Dio, sarai il dio de te stesso perché tu deciderai da te stessa il bene e il male», quello che si chiama autonomia morale. Decidere da sé … tutti avete compagni di lavoro, familiari, ciascuno si è fatto la sua religione, un suo pensiero e ciascuno ha la sua morale, per cui  – per esempio – la sessualità libera non è peccato e vive la vita come gli pare. Sembra che il demonio dica a questi di essere autonomo, di dirigere da se stessi la loro vita, di non ubbidire ad una legge, etc. Devi decidere tu ciò che è bene e ciò che è cattivo. E’ cosi abbiamo vissuti tutti, io così ho vissuto e per molti anni, facendomi dio di me stesso. E così molta gente crede che è più felice, ma è una menzogna grandissima.

Tutti quelli che oggi state vivendo la vita dirigendola da voi stessi e facendovi dio di voi stessi soffrite perché siete entrati in un grande inganno. Quale inganno? Com’è avvenuto con Adamo ed Eva, avete ucciso l’immagine di Dio, che è l’immagine di Cristo, dentro di voi; avete ucciso il principio della vita per cui siete soli. Se non c’è Dio, infatti, io sono solo e questa produce una profonda sofferenza in quanto Dio è amore. Allora quando ho detto che sono qui perché devo vivere la vita di un altro, in questo c’è una cosa meravigliosa: in me ho trovato un altro, perché l’amore significa vivere con un altro. Per amare bisogno essere in due. La solitudine è l’inferno.

Prima di trovare il Signore, io stavo solo, anche se stavo con delle ragazze, se avevo amici. La solitudine è un fatto molto profondo. Adesso che ho trovato il Signore, anche se sono solo, non mi sento solo perché Lui, il Signore, è con me e mi parla interiormente e me dice: « coraggio! », me lo dice molto spesso GESÙ CRISTO perché ho tanto bisogno de sentirmelo dire che mi ama. Quante volta hai sentito tu al fondo del tuo cuore GESÙ CRISTO che ti dice: «animo, coraggio, ti voglio bene!».

Cristo parlante, lo chiamano così  i Padri del deserto del III secolo; perché noi, fratelli, siamo chiamati ad essere tempio del Signore. Dice Cristo: « Chi mi ama osserverà i miei comandamenti, il Padre lo onorerà e noi verremo e abiteremo dentro di lui». Il Signore vuole abitare dentro di voi e dentro di me. E dice ancora: «Chi mangia la mia carne vivrà per me come io vivo per il Padre, chi mangia vivrà per me». Dio sa che io sto vivendo per Cristo. Allora, fratelli, capite che sono venuto qui a parlarvi un pochino di Cristo per dirvi come dice San Paolo: « CHI NON E’ DI CRISTO, E’ ANATEMA».

Quanti di voi oggi amate Cristo? Amiamo Cristo? Amiamo l’Amore giusto? Vogliamo bene al nostro Signore Gesù Cristo, che è morto sulla croce per ciascuno di noi? Allora fratelli io vorrei parlarvi con tutto il cuore oggi del mio ministero. Non sono un predicatore, non sono uno che parla al Vaticano, né sono un religioso, né tengo i voti. Come dicevo sono uno che Dio ha preso e gli ha detto: «Va!». Ha preso prima me, adesso sta prendendo voi.

Che parola posso dire oggi a voi? Una soltanto: DIO VI AMA.

DIO CI AMA con un amore così grande, così immenso da dare l’unico Figlio che ha; l’unico figlio l’ha consegnato alla morte per me, poiché amare un altro significa darsi completamente a lui.

L’amore solamente umano è egoista (Io, infatti, in latino si dice ego). L’egoista è uno che pensa a sé, sempre a sé; dopo vengono gli altri. Il contrario dell’egoismo è l’amore, vuole dire uno che pensa e accetta, prima l’altro, che permette che il suo ego venga usato dall’altro. E noi siamo stati tutti creati da Dio per l’amore, per vivere nell’amore, tutte le nostre cellule, tutta la natura pronunzia una parola  dall’eternità: DIO E’ AMORE, DIO TI AMA!

Dice San Paolo che tutto quello che ci  è intorno è una immagine che ci sta parlando di una verità divina: è come uno specchio che riflette la santità di Dio. E possiamo così vedere, per esempio, che se la natura non facesse la sua parte, se non obbedisse all’indicazione di Dio, quella di servire l’uomo, moriremmo tutti. C’è di più, tutta la natura nasconde un mistero, quale mistero? La croce, l’amore divino. Tutta la natura sta morendo per dar gloria a se stesso per dare la vita ad un altro.

La nube come passa sparisce come nuvola nella pioggia e la pioggia sparisce come pioggia per fecondare la terra che fa crescere l’erba e produce i pomodori, le patate che  – a loro volta – muoiono per dare la vita a me. Così è tutto nel mondo: la luce ci sta illuminando mentre che il petrolio o il carbone  sta morendo a se stesso. E così l’acqua, le montagne, etc.  Tutto nel mondo sta morendo per dare la vita. Questo sta scritto nella creazione, ma sta scritto anche nel nostro cuore: l’amore è la verità, non c’è bisogno di essere religioso per sapere che l’amore è la verità; domandiamolo anche a qualche ateo, ti dirà che l’amore è la verità. San Paolo, infatti, dice che noi conosciamo con la nostra mente che cosa è il bene, ma  – pur volendo fare il bene – noi facciamo il male che non vogliamo.

Chi ci libererà? Chi ci farà uscire de questa situazione di morte, da questa situazione esistenziale di oppressione? Quella cioè di fare il male, pur volendo fare il bene, e così, dunque, facciamo quello che non vorremmo fare. Aggiunge San Paolo: quindi non siamo noi che lo facciamo. Allora chi li fa? E’ il peccato, dice Paolo, che abita dentro noi. Qualche cosa dentro di noi ci schiavizza e ci fa fare il male che non vorremmo fare: siamo come degli schiavi, persone che tutti i giorni sperimentano l’insoddisfazione di non essere come vorremmo essere.

Quello che diceva un filosofo francese (Léon Bloy): la vera frustrazione dell’uomo è una sola: quella di non essere santi. Noi non siamo soddisfatti della nostra vita. Magari, potessimo non avere una vita piatta, piccola, povera. In noi c’è un’insoddisfazione profonda che ci porta a non avere gioia. Per questo San Paolo dice: «Chi mi libererà da questa situazione?» E dice pure: «Siano rese grazie a Gesù Cristo» e anche «Chi è in Cristo è una nuova creazione». Ma andiamo con ordine.

Il peccato è un principio seminato in noi, molto profondo. E, abbiamo detto, che il peccato è farci noi Dio, il desiderio di essere noi Dio degli altri, un istinto omicida, l’istinto di primeggiare, l’istinto di essere Dio. Ma Cristo che cosa ha mostrato nella sua croce? Ha mostrato al mondo che Dio ha porta

ato sulla sua croce, la realtà dell’umanità. Allontanandosi da Dio, ecco quel che ha fatto l’umanità: ha ucciso Dio in Cristo, e sta uccidendo la vita dentro se stessa. Ma il nostro Signore Gesù ha voluto prendere su di sé, sulla sua carne, tutti i peccati, mostrando – nella sua carne – l’amore che il Padre ha per ciascuno di noi.

Dio è uno solo, ma in tre persone; la seconda persona della Santa Trinità sì è incarnata facendosi uomo per noi e metterci sotto gli occhi che il Padre, che ci ha creato, ha voluto farsi completamente uno-con-noi quando eravamo peccatori e ha lasciato che lo uccidessero per amarci, cioè prendendo su di sé tutta la nostra realtà di peccato.

Amare, dicevamo prima che amare è uccidere l’io nel Tu (con la T maiuscola come il Tau). Facciamo un esempio: un ragazzo e una ragazza si trovano, dico una stupidata, dove andiamo al cinema? Che cinema? Io voglio vedere questo ed io voglio vedere quello. Uno dei due deve morire al suo pensiero per diventare tu dell’altro, per fare il bene dell’altro. Bè che facciamo, oggi facciamo la tua volontà, domani facciamo la mia; ci mettiamo d’accordo o sempre devo morire io a me stesso per fare quello che tu vuoi? Ma questo non è giusto! Amare, dunque, significa uccidere questo io, ucciderlo, ossia, dare la morte al mio ego entrando nel Tu dell’altro. Uccidere il mio io significa, quindi: sia fatta la tua volontà. La Vergine Maria dirà “ fiat”  e Cristo dirà: «Padre passi questo calice, sia fatto non come voglio io, ma come vuoi tu.

Se amare l’altro è la verità che Dio ci ha mostrato in Cristo, che cosa è amare? Vedete la croce! Questo è amore, uno che senza chiedere nulla all’altro si dona completamente per l’altro. Questo è l’amore. Amare è crocifiggersi, cioè accettare di morire per un altro per risorgere nel Tu dell’altro. Attenzione, questa è la nostra vera tragedia, l’inganno profondo  del demonio che ha fatto della tua vita una rovina, il demonio ha distrutto la nostra esistenza insegnandoci che amando si muore.

E il mio problema è che non posso morire, ho paura della morte, non so morire all’altro.  E questo me provoca dentro una profonda insoddisfazione perché il giorno che potrai crocifiggere te per l’altro, quel giorno sarai libero, quel giorno sarai santo, quel giorno sarai felice.

La croce, la croce che noi annunziamo, fratelli, è Cristo e Cristo crocifisso!

Nota di P. Michele Perruggini. Il testo è stato sbobinato e trascritto così come pronunciato da Kiko Arguello. Il sottoscritto, senza variarne senso e contenuto, lo ha solo reso in italiano scorrevole.