XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 11 OTTOBRE 2020

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaia  (Is 25,6-10a)

Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte». Parola di Dio

Nella nostra pericope il «re» Jahvé invita tutti i popoli ad un banchetto sul monte Sion. Il festino è simbolo della grande adunata della comunità di Dio una volta liberata dall’afflizione e dal dolore. Anche la morte, ultimo grande nemico dell’uomo, verrà sconfitta eliminando per sempre la terribilI maledizione di Gn 3. Con la distruzione della morte il profeta annuncia anche il perdono e la conversione dal peccato, condizione previa per ristabilire un giusto rapporto con Dio. In tal senso il v. 8 (eliminerà la morte per sempre) è state ampiamente usato nel NT per designare la vittoria di Cristo sulla morte e il peccato.
Anche l’immagini del banchetto è alla base delle parabole narrate da Matteo e da Luca. Il nostro testo contempla un significato più immediato: Jahvé mostra grande sollecitudine per tutti i popoli. Se sopra di essi è gettato un velo di lutto, la colpa è dei rispettivi re che li governano. Una volta giudicati e puniti costoro i popoli, saranno pronti per il culto di Jahvé. Sion verrà restaurata e il suo splendore attirerà tutti quanti. Oltre a questo potere di attrazione, Israele eserciterà una missione più attiva, sarà la luce delle nazioni, e rivelerà la maestà di Jahvé. Componenl principali dell’escatologia dell’A.T. : la salvezza offerta a tutti e I ruolo attivo del «resto» d’Israele che avrà una funzione missionaria. Il tempo messianico è considerato come una tensioni determinata da continui interventi di Jahvé per la realizzazioni totale della sua promessa, E questa promessa è Cristo.

Salmo Responsoriale (Dal Sal 22/23)

R. Abiterò per sempre nella casa del Signore.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. R.

Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. R.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. R.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. R.

È uno dei salmi più semplici e poetici. Il salmista esprime un profondo senso di pietà e di fiducia in Dio. Nella prima parte abbiamo l’immagine del pastore tanto familiare nella Bibbia e sempre commovente. «II Signore è il mio pastore, non mancherò di nulla”: Dio guida nel bene ed è ‘onte di sicurezza e di consolazione. Nella seconda parte il salmista descrive i benefici di Dio ed esprime il desiderio, che è certezza per la bontà divina, di abitare nella sua casa.

Seconda Lettura

Filippési (Fil 4,12-14.19-20)

Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Parola di Dio

Paolo non si rallegra tanto del soccorso materiale ricevuto dai Filippesi quanto dell’attaccamento che essi dimostrano per lui: tuttavia Paolo afferma di aver apprezzato giustamente il dono che gli hanno fatto soprattutto perché si trova nella tribolazione, cioè, nelle fatiche e nelle lotte missionarie, così in qualche modo essi partecipano del suo ministero.
Come Dio ha soccorso l’apostolo tramite il dono dei filippesi, così egli si prenderà cura di questa chiesa. I bisogni dei filippesi sono di ordine materiale e spirituale senza una precisa distinzione perché tutto viene da Dio. La «ricchezza» di Dio è un’espressione cara all’apostolo: descrive l’incalcolabile potenza e l’amore di Dio per il suo popolo di cui Gesù Cristo ha rivelato le profondità .
Infine la dossologia del v. 20 che ha un parallelo in Gal 1,5. Paolo ha detto «il mio Dio» nel v. 19; ora unisce nella preghiera tutta la chiesa di Filippi e si rivolge a «Dio, nostro Padre». La formula di Paolo non esprime un voto, un’esortazione, ma corrisponde ad un atto di fede effettuato nel culto della chiesa. Troviamo perciò in questa lettera la fatica e la precarietà dell’esercizio dell’apostolato, la fiducia incrollabile nell’aiuto di Dio e gli echi di una chiesa che prega chiamando padre il proprio Dio.

 

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». Parola del Signore.

Per comprendere la portata generale della parabola dobbiamo tener presente il contesto in cui si è formata. C’è un quadro biografico di Gesù e gli ambienti ecclesiali in cui è stata fissata. Ciò risulta chiaramente da Matteo e da Lc 14,16-24. Nel contesto letterario di Matteo la parabola è collegata alle due precedenti. Si tratta di una polemica destinata a rivelare ai giudei la gravità del rifiuto opposto a Gesù. Per l’esegesi si dovrà tener conto che nel regno inaugurato da Gesù avverrà ciò che la parabola racconta. Matteo vuole affermare che l’entrata nella chiesa è gratuita, ma non bisogna dimenticare che la chiesa è del «re»! I «chiamati» sono tutti coloro che sono entrati nella chiesa e gli «eletti» sono coloro che mostrandosi degni della grazia saranno i veri «giusti» del Regno.
Notiamo ora i principali temi:, vi è anzitutto la chiamata o l’invito, tipico elemento di Matteo. E presente sia nella vocazione dei primi discepoli come pure nell’uso di molte parabole (il proprietario della vigna chiama i lavoratori per pagarli. Vi è poi il rifiuto degli invitati, che ha come conseguenza la scelta di altre persone, radunate qua e là senza discriminazione.

COMMENTO E MESSAGGIO

La parabola dell’invito a nozze non sarebbe costruita se gli invitati avessero subito aderito alla primo sollecitazione. Ciò avrebbe costituito il solito iter. Tutto l’insegnamento della pericope si trova nel racconto del secondo e terzo invito. Solamente qui viene posta in evidenza la bontà del padrone di casa che invita. Dio è disposto a distribuire i suoi beni agli uomini. Egli non attende che siano essi a venire a lui. È lui che va incontro ad essi. Quanto è superiore il sentimento di Oh nel dividere i suoi doni. Dappertutto, tra di noi, è diffuso l’amor proprio. Vi sono innumerevoli esempi della barriera egoistica che fa sì che ognuno tenga per sé i suoi beni
L’immane grandezza della bontà di Dio si mostra ne fatto che al banchetto sono invitati buoni e cattivi. Chi s comportasse allo stesso modo di colui che viene rappresentato nella parabola, farebbe la figura di una persona bizzarra, che non si cura della sua dignità e senza alcun! motivazione costringe le persone che lo circondano l prendere i suoi beni.

Ma, secondo la Scrittura, “Dio non è simile all’uomo” . Presso di lui non vi sono distinzioni basate sul prestigio. La bontà di Dio ci entusiasma e ci stupisce proprio perché è accompagnata da una pazienza che l’uomo non riesce ad intendere. L’uomo, nonostante la sua bontà, è impaziente, violento, incostante. Talvolta è capace di manifestare bontà, raramente persevera però nella sua buona azione, specialmente se avviene ne silenzio.

Nella sua instancabile pazienza Dio ci invita alla sua festa. Non sempre siamo in grado di percepire invito. Dio ci manifesta la sua enorme bontà in una maniera che non balza facilmente all’occhio. Talvolta si serve delle persone che incontriamo, il cui spirito ci stimola al bene. Chi non ha fatto quest’esperienza? Talvolta dirige il nostro sguardo su un giornale o su un libro, come fece con Agostino: Prendi e leggi. Oppure ci manda i doni della sua grazia.
La presenza nella sala da nozze però non garantiva ancora la partecipazione alla gioia del banchetto. La prima cosa che il re fece, dopo il suo ingresso nella sala, fu di espellere l’uomo senza veste nuziale. Voleva essere un avvertimento ai giudei che si comportavano con superbia per la loro discendenza da Abramo e che pretendevano di avere automaticamente la salvezza. Anche per noi battezzati è un serio avvertimento.

Il logion finale descrive ancora una volta la bontà di Dio. I molti significano, nella lingua della Bibbia, tutti gli uomini. Non è una determinata categoria di persone che si salva, in contrapposizione a un’altra che, nonostante tutti gli sforzi, non riesce a raggiungere la salvezza. L’invito è rivolto a tutta l’umanità.
Gli inviti giocano un ruolo importante nella. nostra vita. Invitiamo le persone per avere dei contatti, per dialogare o per uno scambio di idee. Oppure veniamo invitati ed allora ci comportiamo da ospiti. L’invito ha delle proprie regole. Invitare significa accogliere una persona nella comunità familiare e farla partecipe della propria vita. Un invito è di solito motivo di gioia. Si sa infatti che si verrà osservati, che ci sarà rivolta la parola, che si chiederà il nostro parere. Ci sono naturalmente anche degli inviti di minor valore, quelli che si accettano malvolentieri, perché stabiliscono solo dei rapporti superficiali. Noi uomini pratichiamo dunque forme diverse di inviti.

Buona Domenica!

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 4 OTTOBRE 2020

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaìa (Is 5,1-7)

Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. Parola di Dio

Isaia condanna il peccato collettivo del suo popolo. Tutto Israele ha peccato, tutto Israele verrà punito. Il profeta spiega la natura di questo peccato: l’infedeltà del popolo al Dio che lo ha eletto per amore. L’imminente rovina di Israele non è che l’ultimo atto di un dramma: Dio ama Israele; ma Israele è infedele, perciò sarà punito. Jahvé ama Israele, la. sua vigna; egli se l’è. scelta, l’ha piantata in una terra fertilissima e l’ha circondata tu tutte le premure. Ma Jahvè resta deluso: Israele non gli offre l’amore che questi richiede, anzi non mostra alcuna riconoscenza: .. Jahvé ha parlato: Figli ho allevato e cresciuto ed essi si sono ribellati contro di me. Perfino il bue conosce il suo possessore e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non mi ha conosciuto, il popolo mio non ha avuto comprensione. II popolo non ha saputo comprendere l’alleanza come una relazione morale, che implica un impegno reciproco e una conversione del cuore. Lo svisamento dell’alleanza spiega così la maledizione sopra Israele. Soltanto voi ho eletto fra tutte le generazioni della terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità.

Salmo Responsoriale Dal Sal 79 (80)

R. La vigna del Signore è la casa d’Israele.

Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. R.Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna. R. Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. R. Da te mai più ci allontaneremo,facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. R.

Tutto il salmo è un lamento per un disastro non ben definibile (forse la distruzione di Gerusalemme del 586). A questo lamento si unisce, e talvolta ha il soprawento, la supplica per la restaurazione di Israele nel senso più ampio: unione dei due regni dentro i confini ideali della terra promessa (w. 9-14; cf. Is 5,1-7).  La salvezza di Israele dipende tutta dal ritorno di Dio: “Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna (v. 15).

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 4,6-9)
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.
Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi! Parola di Dio

Sarà utile riportare i due versetti che precedono la lettura odierna: Gioite nel Signore sempre! Di nuovo ve lo dico: gioite! La vostra dolcezza sia nota. a tutti; il Signore è vicino! . Con i vv. 6-9 essi costituiscono un appello alla gioia, alla fiducia, alla pace e si rivolgono a tutta la chiesa di Filippi. Questi richiami paolini alla gioia non sono dei semplici incoraggiamenti; essi indirizzano al Signore le inquietudini del tempo; perciò sono richiami alla fede in quanto «aver gioia» è credere, e viceversa.
Nel v. 6 sembra che i filippesi siano presi da un’angustia particolare per la situazione della chiesa in assenza dell’apostolo. Paolo sembra notare in ciò una mancanza di fede in Dio, per cui esorta i credenti alla supplica e al rendimento di grazie. II v. 7 non esprime un augurio, ma una promessa: la pace esiste dove Dio regna ed è la pace che Dio dona. L’apostolo esorta quindi i filippesi a non conformarsi alla morale corrente, ma ad una vita degna del loro Signore.

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!.
Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!.
Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Parola del Signore

Matteo ha posto la parabola tra quella dei due figli (21,28-32) e quella del grande festino (22,1-14) nel contesto storico e letterario delle lotte sempre più violente tra Gesù e i capi del popolo. Il significato della parabola è trasparente’ anche perché l’immagine della vigna risale al profeta Isaia .Tuttavia Matteo dà maggior risalto ai vignaioli malvagi e al figlio del proprietario che non alla vigna stessa. Quest’ultima è il popolo eletto, affidato alla responsabilità dei dirigenti. A questi, il figlio di Dio verrà in tempo opportuno a chiedere conto delle azioni del suo popolo. Il tempo si è avvicinato, l’irruzione del regno è imminente . Ma i vignaioli respingono e uccidono i servi senza esitazione. L’allusione ai profeti è chiara. Ma all’evangelista interessa maggiormente il confronto decisivo tra il figlio e i vignaioli: costui rappresenta validamente il.padre in quanto «figlio» e «inviato». I vignaioli riconoscono l’erede e agiscono contro di lui. La parabola rivela così la gravità del rifiuto di Dio nella persona del suo inviato.

COMMENTO E MESSAGGIO

Questa parabola è una delle più importanti del vangelo: contiene in sé, in un certo senso, tutta la storia della chiesa. Sebbene Gesù la narri ai capi del popolo ebreo, i suoi insegnamenti, come annota s. Luca (20,19), non potevano non interessare anche il popolo stesso, che rischiava sempre qi lasciarsi trascinare dall’incredulità dei suoi governanti. E riportata nei sinottici con modeste varianti. La fedeltà con cui le prime comunità cristiane la trasmisero è una prova che ne aveva colpita vivamente la sensibilità.
La parabola ha tratti di natura allegorica in quanto il raffronto dei protagonisti è immediato: il padrone della vigna è Dio; la vigna rappresenta i privilegi di Israele; i vignaioli sono gli israeliti e in specie i loro capi, farisei, scribi e sacerdoti; i servi mandati dal padrone sono i profeti inviati per alimentare la fede nelle promesse messianiche, attraverso una vita non facile e spesso tragica; il figlio unigenito e prediletto del padrone della vigna è Gesù.

La parabola si ispira apertamente alla prima lettura: un canto commovente in cui Isaia paragona Israele a una vigna che Dio aveva piantato e circondato di cure nella speranza di ricca e buona vendemmia.
Ma il canto della vigna costituisce solo il punto di partenza, e il racconto di Gesù corre in altra direzione. Il pensiero di fondo dei due testi rimane lo stesso però: la vigna è Israele, che non ha portato alcun frutto ed è maturo per il giudizio. Ma la nuova direzione della parabola di Gesù si esprime nel fatto che la vigna viene data in affitto. In Isaia il proprietario (Dio) e la vigna (Israele) sono saldamente legati l’uno all’altra. Dio la pianta, ne rimane deluso e ne minaccia la distruzione. Nella parabola invece la vigna non è più Israele, ma il regno di Dio, ciò che viene detto chi~ramente soltanto nell’ultimo versetto: .. Perciò io vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a un popolo che porti i suoi frutti».
I primi possessori vengono esonerati del loro incarico e nuovi possessori subentrano al loro posto. Il fallimento del popolo dell’antica alleanza raggiunge il suo punto culminante nell’uccisione del Figlio; il popolo nuovo verrà tondato nel sangue stesso di Gesù. Si attua così l’incomprensibile prodigio della pietra che, rigettata come senza valore, diventa pietra d’angolo, che tiene assieme tutta la costruzione (Sal 118,22ss).
Nell’epoca del Nuovo Testamento, la chiesa valorizza in modo particolare questa parabola. In essa infatti vede prefigurata la vicenda storica del messia che, rigettato dagli uomini, è costituito Signore mediante la risurrezione.

Così brilla la luce della promessa. Il disegno di Dio di ottenere frutti dalla umanità, non è mandato a monte dal rifiuto d’Israele: sorgerà un nuovo popolo cui sarà affidato il regno di Dio e che ne porterà frutto.
L’opera di Dio continua nell’attuazione dei suoi piani misericordiosi. Tutto ricomincia mentre si affacciano all’orizzonte i nuovi vignaioli a cui la vigna viene appunto «affittata», questi «altri» a cui l’amore di Dio si rivolge. Gli «altri» sono evidentemente tutti quelli che accolgono Gesù, credendo in lui e nella sua missione di salvezza: è il ‘ nuovo popolo di Dio, erede dell’antico Israele.
La conclusione della parabola non mette in evidenza tanto la punizione dei giudei infedeli, quanto l’avvento del nuovo popolo.

Gesù esige per sé la fede che è dovuta a Dio. Prepara i discepoli con una progressione che mira sempre più lontano, pronunciando quelle frasi sempre più forti, ma senza mai dire chiaramente, eccetto alla fine della vita, quando tutto è consumato, chi egli è.
Gesù si presenta soprattutto come Messia. Alla samaritana che gli dice: «Noi sappiamo che il messia deve venire», risponde: «Sono io che parlo con te» (Gv 4,25). Gesù demolisce però le concezioni messianiche circolanti nella società del tempo. Il Messia non sarà né un grande capo politico, né un geniale condottiero di eserciti per fare d’Israele la più potente nazione del mondo! Quando le folle, stupite dai suoi miracoli e dalle sue parole, vogliono farlo re, egli fugge. Per combattere questa tendenza erronea del messianismo ebraico rifiuta di fare miracoli, si circonda di segreto e richiede la discrezione da coloro che lo seguono.
Nello stesso tempo, Gesù proclama che il Messia non è solo un inviato da Dio, un profeta o un capo, ma è Dio stesso venuto a visitare il suo popolo: «Emmanuele». Ma per la maggioranza dei farisei tale affermazione è la più grave delle bestemmie.
Gesù affermerà con forza il suo messianismo e la sua divinità proprio nel momento in cui nessuna illusione era più possibile; quando veniva trascinato come un colpevole davanti al tribunale del gran sacerdote, carico di catene e non si poteva più confonderlo con un capo temporale. «Sei tu il Cristo, figlio di Dio benedetto?». Gesù risponde: «lo lo sono, e vedrete il figlio dell’uomo assiso alla destra dell’Onnipotente, venire sulle nubi del cielo». «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni, avete inteso la bestemmia?» (Mc 14,61-63). Lo stesso afferma davanti a Pilato, nel pretorio, alla domanda del procuratore: «Dunque tu sei re?». «Tu l’hai detto: sono re» (Gv 18,37).
Non guardate solo la canna, che gli è data al posto dello scettro, ma guardate la realtà, di cui quella è segno: il dominio supremo sopra il cielo e la terra, poiché insieme a quella canna e in considerazione di quella canna nello stesso giorno gli  è conferita “tutta la· potenza nel cielo e sulla terra” (Mt 28,19). Non guardate semplicemente quella porpora tessuta a mano, della quale fu rivestito per scherzo; ma la vostra meditazione scorga in questa porpora la chiesa purpurea, lavata nel suo sangue e pronta a spargere il suo stesso sangue per lui… (Von Balthasar, II tutto nel frammento).

Buona domenica e Buona Festa di S. Francesco d’Assisi.

 

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 27 SETTEMBRE 2020

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 27 SETTEMBRE 2020

Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 18,25-28)
Così dice il Signore: «Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». Parola di Dio

Sotto l’incalzare delle disgrazie dell’esilio correva in mezzo al popolo un amaro proverbio: «I padri hanno mangiato l’uva acerba, i figli ne hanno i denti legati» . Praticamente: Dio ci punisce per le colpe commesse dai nostri padri. Noi siamo innocenti, lui ingiusto. Ezechiele invece analizza i casi dell’uomo  e proclama: ciascuno porta in ogni istante il proprio destino; può comprometterlo o ristabilirlo; ma Dio in questo dramma non’ è ostile e neppure imparziale. «lo non trovo piacere nella morte di nessuno. Convertitevi e vivrete» (Ez 18,32). Non dobbiamo dimenticare che Ezechiele parla agli esuli ai quali ha svelato i disegni di Jahvé nei loro riguardi. Essi rappresentano quel nucleo sostanziale del «resto» vaticinato da Isaia, erede delle promesse fatte ad Abramo e a Davide. Certamente la loro non sarà una salvezza senza patemi: essi dovranno conquistarla e per il profeta l’atteggiamento che mostrano è tutt’altro che positivo. La sfiducia che essi mostrano di fronte all’agire di Jahvé spinge il profeta a chiamarli a penitenza, condizione necessaria per partecipare ai beni futuri. Gli esuli ritengono inutile convertirsi appigliandosi alla responsabilità collettiva, ma Ezechiele replica mettendo in evidenza la responsabilità individuale e la necessità di evitare le mancanze del passato. 

Salmo Responsoriale (Dal Sal 24/25)

R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno. R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. R. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. R.

Il salmista rivolge la sua umile preghiera perché possa godere di maggior sicurezza morale nel suo agire, senza venir meno per ignoranza o per mancanza di protezione divina: O Signore, fammi conoscere le tue vie. Egli desidera inoltre che si rinnovi l’amicizia di una volta fra lui e Dio; perciò prega: Non ricordarti dei peccati della mia gioventù, né delle mie colpe.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 2,1-11)
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre. Parola di Dio.

La pericope odierna risulta chiaramente divisa in due parti: la prima. (vv 1-5) il un’esortazione all’unità e all’umiltà. La seconda (vv. 6-11) è il noto inno cristologico, viva testimonianza della fede della chiesa primitiva sulla preesistenza divina di Gesù.
Nel v. 5 si realizza il passaggio tra l’esortazione dell’apostolo e l’inno cristologico. L’apostolo vuoIe dire: le disposizioni che vi ho descritto or ora sono le stesse che si riscontrano nel Cristo. Gesù Cristo ne è stato il primo esempio! Infatti pur essendo Dio, non ha ritenuto la sua condizione motivo di orgoglio e di confronto con Dio. Poi il testo entra nei dettagli sulla natura di Cristo preesistente, quindi prosegue affermando che Cristo entra concretamente in una condizione storica nella quale il suo compito è quello di servire e obbedire, per cui ai Filippesi e ai cristiani dovrà esser sempre presente questa raffigurazione del Cristo crocifisso, quando dovranno sopportare con costanza il disprezzo del mondo.
Nell’ultima parte dell’inno si parla invece dell’innalzamento del Cristo. Non vi è legame logico e psicologico tra la croce del Cristo e la sua elevazione; questo legame esiste solo nell’autorità e nella grazia di Dio. Ma, d’altra parte, la Bibbia ricorda spesso che Dio «eleva gli umili». Il Cristo umiliato e innalzato alla gloria, non è perciò un caso eccezionale, ma l’illustrazione del disegno eterno e immutabile di Dio. Ciò che Dio ha fatto per Cristo deve far riflettere i Filippesi e spingerli a maggior umiltà nelle loro relazioni fraterne.

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Parola del Signore

Il nostro testo fa parte di un’importante trilogia di parabole che descrivono il rifiuto del Cristo da parte di coloro che avrebbero dovuto accoglierlo (cf. 21,33-46; 22,1-14).
Il brano è facilmente ricostruibile in quanto è composto da una parabola (vv. 28-30) e da due applicazioni (vv  31ss). L’uomo della parabola rappresenta propriamente Dio, mentre i due figli sono i giudei del tempo di Gesù: i «peccatori» che non osservano più la legge e le prescrizioni rabbiniche, e i cosiddetti «giusti», legati alla religione ufficiale, cioè i capi del popolo. Significativo nel contesto appare il verbo «fare» che qualifica il comportamento delle due parti ed esclude da un giudizio di valore la loro adesione o meno alla legge. Gesù infatti attira l’attenzione dei capi sui peccatori che prima hanno rifiutato Dio, ma ora, grazie al suo invito, si pentono e obbediscono, mentre le persone pie al momento decisivo non fanno altrettanto. Qual è perciò l’interpretazione esatta del v. 31?
Gli avversari di Gesù sanno benissimo che davanti a Dio vale solo l’obbedienza, il «fare» concreto. I pubblicani e le meretrici precedono i capi del popolo nel regno promesso non giungendovi prima, ma credendo (v. 32) al Cristo che inaugura il regno. Il brano evidenzia gli atteggiamenti degli uomini nei confronti del Cristo e del regno: «conversione» e «fede».

COMMENTO E MESSAGGIO

Paolo si rivolge alla comunità di Filippi con una cordiale e accorata preghiera, affinché tutti ricordino di essere riuniti nel nome di Cristo e vivano in concordia di pensiero e di azione.  L’apostolo esige una profonda umiltà che permetta di gioire del bene del prossimo, accettando i propri limiti. Paolo ricorda anche che l’egoismo distrugge l’unità, mentre l’amore disinteressatola edifica; l’esempio più chiaro lo abbiamo da Cristo stesso: il Cristo non ha rinunciato all’essere divino, ma ha assunto un’esistenza umile, e nella sua condizione di uomo egli conduce una vita uguale a tutti gli altri uomini. Iniziando con !’incarnazione la strada della rinuncia, Cristo la percorre durante la sua vita terrena fino all’ultimo, «fino alla morte e alla morte di croce». Facendosi uomo, Cristo sceglie la via dell’obbedienza, Paolo sottolinea in modo particolare questo stato obbedienziale del figlio di Dio; Dio a sua volta, prendendo Cristo nella sua obbedienza, lo esalta al di sopra di tutti, e lo fa sedere alla sua destra; e questo sarà anche il premio dei figli di Dio che seguono l’esempio di Cristo.
Troppe volte in noi si oscura il senso dell’importanza salvifica dell’umanità di Cristo, troppe volte confidiamo solo nelle nostre forze e se ci capita di rimanere soli ci avviliamo; ma questo avvilimento sarebbe evitabile, se noi ci ancorassimo con coraggiosa umiltà al resto dei nostri fratelli e insieme umilmente, per amore di Cristo, percorressimo la strada che conduce al Padre. Paolo ci esorta per questo a vivere in carità con i nostri fratelli: riconoscendo i nostri limiti e riscoprendo la nostra consistenza in Cristo. Allora rispetto, rinuncia, morte saranno illuminati dall’amore e dalla speranza: saranno imitazione di Gesù e condivisione della sua sorte totale. Morti nella comunità terrena di Cristo, per vivere nella comunità risorta che è Cristo.

Buona Domenica!

Cari Amici, consiglio vivamente questa  lettura. Le dicesse il Papa queste terribili verità! < https://www.maurizioblondet.it/vladimir-putin-loccidente-e-controllato-da-pedofili-satanici/ >

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 20 SETTEMBRE 2020

DOMENICA 20 SETTEMBRE 2020
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

PRIMA LETTURA

Dal libro del profeta Isaia (Is 55,6-9)
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perchè i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Parola di Dio.

Siamo alla conclusione del «libro della consolazione d’Israele» (Deuteroisaia), il grande poema dell’annuncio salvifico: i! ritorno nella terra sotto la guida del santo, del Dio unico, trascendente, e maestoso. In questi brevi versi Jahvé è ad un tempo i! Dio vicino della salvezza e il Dio lontano,i! totalmente altro.
I vv. 6-7 ci presentano il primo motivo, in cui i! Dio vicino è l’oggetto della «ricerca» di Israele. «Cercare Jahvé» significava, agli inizi, consultarlo per risolvere problemi impellenti e spinosi (cf. Es 18, 15ss); è, inoltre, tentare un rapporto di vicinanza con lui nel culto, nella «sua casa» (cf. Zc 8,21); ma la ricerca sincera, è i! culto nella pratica della giustizia. A questa ricerca, Jahvé risponde con la sua vicinanza, che è salvezza e perdono (v. 8).
Ma, nello stesso tempo, i! Dio del Deuteroisaia è accentuatamente i! santo, il totalmente altro, colui di cui non si può disporre con la presunzione delle antiche promesse, come l’amara esperienza dell’esilio ha dimostrato. Perciò è opportuno affermare, assieme alla vicinanza della misericordia di Dio, la trascendenza dei suoi «pensieri». I pensieri di Dio sono le sue «vie», i suoi progetti, che Israele deve accogliere con obbedienza incondizionata, se la sua «ricerca» di Jahvé è autentica.

Salmo Responsoriale (Sal 144 /145)
R. Il Signore è vicino a chi lo invoca.Ti voglio benedire ogni giorno,

Lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. R.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti,la sua tenerezza si espande su tutte le creature. R.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità. R.

Il Salmo medita sul posto centrale di Dio nella nostra storia e sul nostro comportamento come risposta: Lodare e benedire ogni giorno il suo nome, perché il Signore è degno di altissime lodi. Dio è vicino all’uomo, pieno di tenerezza; ma al tempo stesso è il Signore, l’altissimo.

SECONDA LETTURA

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 1,20c-24.27)
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più  necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo. Parola di Dio.

Paolo interpreta qui la propria situazione di perseguitato. Nelle sue prospettive rientra anche la morte, che potrebbe essere il martirio, visto che la chiesa vive nell’orizzonte della persecuzione per aver preso parte fino in fondo all’opera del vangelo.
L’interpretazione che Paolo dà della propria situazione è coerente col suo vangelo: nella vita e nella morte il credente è unito a Cristo col battesimo e l’eucaristia. Quest’unità è sentita da Paolo in modo straordinario: porta nel suo corpo i patimenti del Cristo, si rallegra di «completarli» nella sua carne (Col 1,20). In tal modo la gloria di Cristo si manifesta e si afferma per mezzo di Paolo (nel suo corpo).
Morte ,e vita gli divengono in certo senso indifferenti. Non è l’apatheia del saggio pagano, ma la convinzione che il centro di ogni nostro interesse è Cristo (v. 22). Anzi, la morte è desiderabile, perché sarà seguita immediatamente dall’ essere con CristoCon Cristo  è, infatti, la condizione escatologica, che qui Paolo interpreta come immediatamente successiva sila morte. Ma se la vita «nella carne» contrapposta all’ essere con Cristo fosse necessaria per un ulteriore lavoro, Paolo esiterebbe nella scelta.

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perchè ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perchè io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». Parola del Signore.

Il tema di questo brano è la proposta di salvezza offerta a tutti i popoli. I mormorii provocati da questo comportamento conducono al loghion finale sul primo e l’ultimo.
Lo sfondo è offerto dalla polemica antifarisaica, la stessa che emerge nella guarigione del cieco di Gerico (20,29-34), e soprattutto nella parabola dei due figli (21,28-32). Di tutto questo bisogna tener conto per valutare la parabola. Si tratta di un rapporto complesso, su uno sfondo storico preciso: la manifestazione della grazia di Dio in peccatori e pagani, che accorrevano numerosi nella comunità siro-palesinese, da cui nasce il vangelo di Matteo, con grande scandalo degli ambienti farisaici e dello stesso ambiente giudeo-cristiano. È in questo quadro che si manifesta la gratuità e la libertà della grazia di Dio, comunicata non sulla base di meriti precedentemente acquisiti, ma in forza della risposta al vangelo aperta anche ai pagani e ai peccatori. Anche qui, la teologia”di Matteo raggiunge il «vangelo» di Paolo.

COMMENTO E MESSAGGIO

La parabola degli operai chiamati ad ore diverse a lavorare il campo del padrone e che la sera sono pagati nella stessa misura, è certamente una delle più paradossali del vangelo: mette in evidenza la differenza fra il nostro modo di valutare e quello di Cristo. L’alleanza di Dio con l’uomo si fonda esclusivamente sull’assoluta libertà di Dio, sulla gratuità, sulla magnanimità di Dio e non rientra affatto nelle categorie di cui abitualmente si servono gli uomini.
I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri. Il modo di agire di Dio non è il nostro modo di agire. Il nostro metro di valori, i nostri giudizi non sono come quelli di Dio. Le letture ce lo dicono in mille modi. «Quanto più elevato è il cielo dalla terra, tanto i miei disegni superano i vostri progetti». I nostri pensieri e le nostre azioni avranno un senso solo se tenderanno a colmare la grande distanza che c’è tra noi e il pensiero di Dio; questo avviene nell’umile ricerca di capire i piani di Dio e nell’ascolto fiducioso della sua parola.
L’uomo costruisce, progetta, cerca di programmare la vita e la storia, ma chi la guida è Dio e ne determina le tappe per un disegno che solo lui conosce. I nostri progetti valgono e la nostra vita ha un senso, solo se ci rendiamo totalmente disponibili a quello che si vuole.
Aprirsi alla dimensione di Dio
Nella parabola Gesù ci mette chiaramente di fronte all’amore e alla misericordia senza confini del cuore di Dio. Ma ci mostra anche la piccolezza del cuore dell’uomo e la povertà spirituale di chi si ritiene “giusto» e crede di assicurarsi Dio col merito delle sue buone azioni. Siamo tutti noi che abbiamo «lavorato» tutta la vita per Dio e ci sentiamo forti delle nostre buone opere e siamo sicuri che Dio non può trattarci come i vicini che non vanno in chiesa o i lontani che non sono cristiani o perlomeno non sono cattolici e quindi non hanno tutta la verità, la fatica di un «giorno intero» da presentare.
Corriamo il pericolo di non capire cos’è il regno di Dio, cos’è questa chiamata.di misericordia rivolta a tutti e nata solo dalla bontà di Dio. Se non correggiamo il concetto di noi stessi e di Dio cadiamo nel grande pericolo di non saperci aprire mai più alla dimensione di Dio, che è una dimensione d’amore. Non capiremo più cos’è la vera gioia di Dio, che non è la giustizia che taglia in due come la spada di Salomone, ma il perdono e la misericordia. Solo se il nostro essere cristiani diventa un servire gioioso e disinteressato senza invidie e false rivendicazioni di superiorità, capiremo la gioia del donare non si preoccupava mai di sapere se gli uomini ai quali porgeva il suo aiuto fossero persone devote e oneste, o fossero considerati degli abissi di malvagità.

Buona Domenica !

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 13 SETTEMBRE 2020

DOMENICA, 13 SETTEMBRE 2020

Prima Lettura

Dal libro del Siracide Sir 27, 33 – 28, 9

Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? Chi espierà per i suoi peccati? Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui. Parola di Dio.

Ben Sira è uno scriba che visse nella prima metà del secondo secolo a. C. Unisce l’amore della sapienza a quello della legge. È ardente di fervore per il tempio e le sue cerimonie, molto rispettoso del sacerdozio. Mostra una profonda conoscenza dei libri profetici e soprattutto dei libri sapienziali.

La sapienza annunziata da Ben Sira proviene dal Signore; suo principio è il timore di Dio: forma la gioventù e procura la felicità. Riguardo al destino dell’uomo e al problema delle sanzioni, egli ha le stesse incertezze di Giobbe e del Qoelet. Crede nella retribuzione, sente la tragica importanza della morte, ma ancora non sa come Dio ricompenserà le azioni dell’uomo.

Il tema del brano odierno viene enunciato dal v. 33. ” rancore e !’ira sono peccati che distruggono la coesistenza fra gli uomini. :.. Intervento salvifico di Dio nella storia di Israele comporta la oibizione della vendetta. Secondo il Siracide, il timore di Dio implica il perdono e chi J”CJona mette in pratica la legge.

Salmo Responsoriale Dal Sal 102 (103)

Il Signore è buono e grande nell’amore. Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. R. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. R. Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. R.Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe. R.

L’amore di Dio si manifesta nella realizzazione del suo piano, che è superiore ad ogni infedeltà umana.  Il salmo è un invito alla lode di questo amore che «perdona tutte le colpe e guarisce tutte le ferite»  è una celebrazione della bontà divina che «non ci condanna, né serba perennemente la sua collera», che «non ci tratta secondo i nostri peccati, né ci ripaga secondo le nostre colpe.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 14,7-9)

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. Parola di Dio.

Nessuno vive né muore per se stesso. Nella sezione 14, 1-15, 13 Paolo si occupa dei problemi sollevati dalla coesistenza nella comunità tra gli scrupolosi giudeo-cristiani e i più liberi pagano-cristiani.  ” suo modo di occuparsene è strano: non ha fondato la comunità di Roma, e probabilmente, edotto dalle esperienze di Corinto, intende enunciare il principio supremo in base al quale evitare le tensioni.  L’assioma «nessuno vive per se stesso» è ampiamente condiviso nell’antichità pagana. Paolo gli dà un nuovo significato. Probabilmente, /’idea è suggerita dall’istituto storico della schiavi·’l. Ma il dominio di Cristo è ben diverso: sullo sfondo del Kerygma, il Signore è presentato come colui che ha acquisito uesto diritto di vita e di morte sacrificando la propria vita  e che esercita la sua sovranità dal omento della elevazione alla destra di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Parola del Signore.

Nei vv. 21-22 Pietro, coerentemente alla mentalità casuistica, vuole saggiare i limiti del doveroso per aprirsi un valico verso il lecito: mentre il giudaismo arrivava in genere ad ammettere il perdono quattro volte, Pietro fa uno strappo e dice sette. Gesù risponde rovesciando il terribile detto vendicativo di Lamec (Gn 4,24): come la vendetta di Lamec, così il perdono proposto da Gesù non ha limiti. Matteo rivela qui un realismo che non sempre sarà mantenuto nella comunità primitiva e futura: se il fratello pecca settanta volte sette, altrettante volte bisogna perdonarlo. La chiesa non è un convento di impeccabili.  La parabola del servo spietato (vv. 23-35) tratta dei rapporti tra collaboratori al servizio del medesimo re e si ricollega al contesto del discorso sulla comunità. Nel complesso è un vero e proprio commento figurato alla richiesta del “Padre nostro» (6,12). Giovanni (1Gv 4,20) esprimerà nel modo più completo questa idea: l’essere graziati dal Padre esige necessariamente il farsi grazia gli uni agli altri.

COMMENTO E MESSAGGIO

Se oggi si facesse un’inchiesta sulla vendetta e sul perdono, chi si dichiarerebbe per la vendetta, specialmente tra i cristiani? Eppure osserviamoci un po’ nella nostra vita di tutti i giorni: quante volte ci trinceriamo dietro la legge, la giustizia, per vendicarci, per far valere i nostri diritti, per odiare «legalmente» l’altro.

Quanto spesso usiamo trucchi legali per colpire il parente che ha diritto all’eredità, il povero che non ha il permesso scritto per mendicare. Usiamo la legge per vendicarci a mani pulite. E quante volte siamo intolleranti verso le persone che ci circondano. Siamo degli intolleranti anche come cristiani, col senso di superiorità che ci dà il sentirci depositari della verità.

L’unità nella carità non è un livellamento, ma la consapevolezza di essere tutti figli di Dio e di servirlo, ognuno di noi, nel modo che sinceramente crediamo più valido. Nel nostro vivere quotidiano c’è una paurosa mancanza di coerenza e di fedeltà al nostro credo. Come possiamo allora andare in chiesa e sentirci cristiani? Come possiamo non sentirci ipocriti, non sentire il divario tra quello che diciamo di credere e il nostro agire? Come possiamo pregare, se siamo anche noi come il servo ingrato della parabola?

Abbiamo dimenticato che tutti siamo dei graziati, tutti siamo stati amati. Se il nostro amore non riesce a superare nemmeno le norme giuridiche, vuoi dire che non abbiamo mai capito che senso ha avuto la morte di Cristo per tutti noi. E Paolo seguiterà ad ammonirci invano, nelle letture della domenica, che siamo tutti uguali, tutti fratelli, tutti del Signore, sia nella vita che nella morte.

La parabola del signore misericordioso e del servitore spietato trova il suo punto di riferimento nel versetto 33: Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?. Solo così infatti può venire spezzato il fatale meccanismo del male o della violenza e aprire spiragli di speranza e di salvezza per ogni persona. Prendendo spunto dalla situazione dell’uomo che ha atto arrestare il compagno per un piccolo debito, Gesù propone e raccomanda di concedere al proprio fratello sempre nuove possibilità. Non si deve restare inevitabilmente schiavi del passato. Gesù prende sempre sul serio ogni persona così com’è e offre la possibilità di ricuperare il senso della propria vita e di aprirsi a nuovi promettenti orizzonti.

Buona Domenica!

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 06 SETTEMBRE 2020

 

DOMENICA 06 SETTEMBRE 2020

 Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechiele (Ez 33,1-7-9)

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: Malvagio, tu morirai, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato. Parola di Dio

TI ho posto come sentinella della casa d’Israele. Cade Gerusalemme, ma il progetto di Dio su Israele continua e sarà realizzato. Ezechiele apre il secondo periodo della sua attività e ricorda agli esiliati le promesse della liberazione. Come la sentinella deve prevenire la città dall’attacco di Nabucodonosor, perché essa possa difendersi e salvarsi, così il profeta deve avvertire il peccatore che cammina sulla strada della morte, perché si converta. Il disimpegno delle sentinelle o del profeta li rende complici e pagano con la morte. Il bene del prossimo è affidato alla responsabilità personale.

Salmo Responsoriale Dal Sal 94

Rit.: Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia. R. Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti. È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce. R. Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere». R.

È un pressante invito a partecipare alla funzione liturgica, forse in occasione della Festa delle capanne (cf. Sal 81). Motivazione è la relazione fra Dio e il popolo: Egli è il nostro Dio e noi siamo il popolo del suo pascolo e gregge della sua mano. L’insistenza a lodare Dio si unisce al ricordo di avvenimenti storici, atti a mostrare come la negligenza o la ribellione alla voce di Dio sia portatrice di tristi conseguenze.

Seconda Lettura

Dalla L ettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 13,8-10)

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. Parola di Dio.

Il cristiano che non ama è un uomo pieno di debiti: debiti con il prossimo e debiti con la legge che non adempie. Chi ama il prossimo ha compiuto pienamente la legge (v. 8). Per illustrare questo principio Paolo cita frasi tratte il decalogo (Dt 5,17-21; Es 20,13-17), mostrando che tutte le singole norme sono incluse nel comando di amare il prossimo come se stessi. 

La morale cristiana non è dunque fatta da una molteplicità di precetti negativi: non fare questo, non fare quello … . Dio ci affida gli uni agli altri e vuole che noi assumiamo le nostre responsabilità. Davanti ad un’azione, un comportamento, una scelta non abbiamo dunque da chiederci: è proibito? Bensì: come Dio mi chiede di amare in questa occasione coloro che mi ha affidato?.

 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. Parola del Signore

Nel c. 18 l’evangelista ha raccolto l’insegnamento di Gesù sulla condotta dei suoi discepoli come membri della nuova comunità messianica. Il passo è proprio di Matteo. I versetti 15-17 mostrano uno dei modi in cui i membri della chiesa devono rivolgersi al fratello che ha peccato.  V. 15 Nessun cristiano può sottrarsi alla responsabilità di ammonire un fratello che ha sbagliato, tuttavia deve agire con discrezione: fra te e lui solo. – V. 16: Può rendersi necessaria la presenza di due o tre testimoni, non esitare. V. 17a: Può anche essere necessario l’intervento della comunità. La cosa si fa più seria, ma va compiuta. In ogni caso richiede amore, discrezione, verità, fermezza affinché il colpevole senta la preoccupazione della sua comunità e ritorni a vivere in essa da persona adulta e coerente. V. 17b: Qualora non accettasse il richiamo della sua comunità, sia considerato come un pagano; un estraneo verso il quale non esistono obblighi, ma neppure il diritto di disprezzo. Paolo, infatti, espulse dalla comunità di Corinto un peccatore impenitente (cf. 1Cor 5,1-5). V. 18: Il potere di legare e sciogliere è il potere di condannare e perdonare.

COMMENTO E MESSAGGIO

Nessuno può mettere in dubbio la dimensione sociale della natura umana. Su questa realtà si radica il valore della solidarietà fra gli uomini e il dovere della responsabilità degli uni verso gli altri. Per arrivare a questo traguardo il cammino dell’umanità è stato lungo e difficile. Storicamente nell’esperienza del popolo ebraico, ci vollero molti secoli prima che si arrivasse alla coscienza della responsabilità del singolo nei confronti degli altri.

Vivere per gli altri è duro da capire e più duro da praticare. L’uomo vorrebbe ribellarsi e fuggire questa responsabilità, come Mosè: Forse non ho trovato grazia davanti a Te che tu mi abbia addossato tutto questo peso: allora seppe l’infinito dolore conobbe e sentì l’agonia sconfinata, e come folle gridò per l’angoscia … e per la pietà del Padre ebbe la morte umana.

Ma sul cammino apertoci dalla morte-risurrezione di Cristo e dalla discesa dello Spirito Santo, portare il peso dell’altro, perdonare, non è più un compito impossibile.

Dal calore di una comunione, dalla gioia – e sofferenza – di un vivere insieme, dall’essere due o più nel suo nome, può sprigionarsi la sua forza, forza di reciproco aiuto e di perdono. È nella comunità che il credente può raggiungere la statura di Cristo e vivere, come lui, la solidarietà con l’uomo e

Ia missione di indicare gli uni agli altri la gioia del perdono.

Tutti i giorni risuona per ciascun credente la stessa domanda: Che cosa ne hai fatto di tuo fratello? Sarebbe illusoria quella pace che non suscitasse una comunione, un’unità. Solo allora potremo camminare a viso alto l’uno con l’altro, potremo essere chiesa di lui: fare trascorrere in mezzo a noi, il fremito liberante della vita nell’amore. Il nome più profondo della reciproca responsabilità, è, dunque, quello del perdono, in nome di Cristo. Diceva S. Agostino: se abbiamo peccato contro qualcuno, domandiamogli perdono; se qualcuno ha peccato contro di noi, siamo pronti a perdonargli perché lui per primo ci ha perdonati.

Cristo è l’uomo perfetto. Egli, quindi, ha evidenziato al massimo grado la dimensione sociale della natura umana, ha avuto un’acuta percezione della solidarietà con gli uomini di tutti i tempi e si è addossato la responsabilità nei confronti di tutti, pagando di persona per i peccati degli uomini. Ha pagato, fino all’ultimo centesimo. Quest’uomo, lo abbiamo conosciuto: Gesù, morente pianse sugli abbandonati con la disperazione umana. Delirando più di essi per la loro disperazione, per la stessa disperazione, per la disperazione loro propria. Egli aveva la loro stessa disperazione. Ma era Dio. Chi non l’avrebbe avuta? (Péguy)

Buona Domenica!

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 30 AGOSTO 202

PRIMA LETTURA

Dal libro del profeta Geremia (Ger 20,7-9)
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Parola di Dio

II Signore mi ha sedotto, e lo mi sono lasciato sedurre». Forse non c’è figura lungo tutta la storia d’Israele che possa stare alla pari di Geremia per il suo tragico vigore. Vissuto in uno dei periodi più turbolenti della storia di Israele (poco prima dell’esilio), egli fu odiato, vilipeso, condannato all’ostracismo, continuamente ostacolato e più d’una volta in pericolo di vita. Sotto questo peso l’animo del profeta si sentiva schiacciare.  Di questo contesto fa parte lo sfogo di sconforto e di ira espresso nei versetti della lettura odierna. Si tratta di un frammento delle cosiddette «confessioni» di Geremia.

Ciascuno dei tre versetti della lettura porta un messaggio importante:
1) Il profeta si rivolge a Dio con amarezza e lo accusa di averlo «sedotto» (il termine ebraico è proprio quello usato nel caso di una vergine sedotta da un uomo), di averlo violentato e ingannato. In quest’espressione è la chiave del dramma vissuto dal profeta: Dio penetra nella vita dell’uomo e ne prende totale possesso, se trova accoglienza e disponibilità (mi son lasciato sedurre).
2) Geremia è stato mandato «per sradicare e distruggere, per edificare e per piantare». Ma a questo punto costata che solo la prima parte del suo messaggio si è realizzato e che egli è un profeta di contestazione. Annunziare tale messaggio, lo pone nella penosa situazione di solitudine e di esclusione della comunità. Ha anche una reazione scomposta: esita e arriva a maledire il giorno della nascita e la sua vocazione.
3) Ma, nonostante tutto, la parola di Dio lo incalza e lo provoca fino a liberare in lui una forza che non può essere contenuta non può resistere. È lo stesso grido di Paolo: Guai a me se non annuncio il vangelo (1Cor 9,16).

Salmo Responsoriale (Dal Sal 62)
R. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. R. Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode. R. Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani. Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca. R. Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene. R.

Il salmista si lamenta dei nemici, la cui sconfitta è richiesta a Dio con insistenza. Ma soprattutto egli esprime il suo anelito verso il santuario lontano; vorrebbe vivere vicino a Dio, di cui celebra i benefici generosi. «Dio mio ti cerco con ardore; la mia anima ha sete di te»! L’anelito per la sperimentata somma bontà divina investono il salmista e lo piegano verso la grazia e misericordia di Dio. Come per Geremia.

SECONDA LETTURA
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,21-27)

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Parola di Dio

È questa una sezione di esortazioni morali. Visto quanto Dio ha compiuto per il suo popolo in Cristo, i credenti devono vivere presentandosi come «sacrificio vivente». Questo è il sacrificio gradito a Dio: i sacrifici di animali di un tempo sono stati resi inutili dal sacrificio di Gesù. Qui si apre lo spazio per un culto prestato da cuori obbedienti che diventa credibile per un’adeguata e corrispondente  vita morale. L’impegno totale di sé nella vita individuale e sociale è vero culto di Dio, che si esprime nell’incontro liturgico dei fratelli. Questo diventa inseme celebrazione e verifica e della lode sincera  e del reale servizio offerto alla comunità.

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Parola del Signore

La prima parte della lettura è strettamente legata alla confessione di Pietro a Cesarea di domenica scorsa. La confessione di Pietro è seguita da un’istruzione, rivolta ai discepoli, contenente il primo annuncio della passione.
Dopo l’atto di fede espresso da Pietro, Gesù ritiene giunto il tempo di iniziare i suoi discepoli al mistero, oramai imminente, della sua morte e risurrezione. Ma l’annuncio di un messia sofferente è del tutto estranea alla mentalità giudaica del tempo. Gesù comprende la reazione di Pietro che manifesta incomprensione peril destino del Messia. E gli risponde con le stesse parole usate per il demonio: “Via da me, satana!”. Pietro, poco prima era ispirato da Dio, ora – invece –  è vittima del demonio. E’ triste quando “la roccia”, sicurezza fondante della chiesa, diventa pietra d’inciampo!

COMMENTO E MESSAGGIO
Che l’accettazione della logica della croce non sia cosa facile, e che anzi sia spesso molto penosa, ce lo conferma anche Geremia (prima lettura). Egli avrebbe preferito essere un profeta di consolazione, e invece gli tocca di annunciare un messaggio di crisi, che gli procura inimicizie e persecuzioni. Davanti al peso di una missione ingrata, Geremia grida che è pazzo ad accettare il rischio di essere stroncato dai suoi oppressori; eppure, non può sottrarsi al suo compito: la parola di Dio gli urge dentro, e non sarebbe più nemmeno se stesso se non l’annunciasse.
In realtà accettare questa logica significa, in fondo, mettere in gioco se stessi, perdersi per ritrovarsi ad un livello più profondo, guadagnare il vero se stesso non più appoggiato a fallaci successi del momento, ma sulla stessa persona di Cristo, morto e risorto per la sua totale obbedienza al Padre. Lo stesso destino di morte, che segna la vita di Gesù, dovrebbe segnare anche quella della chiesa.

Non siamo capaci di accettare facilmente che la chiesa sia sola e scompaia nelle cose, che sia minoranza. La vogliamo riconosciuta, affermata, potenza fra le potenze.  Come per Pietro, anche per noi è difficile accettare la logica del Regno: il morire per rinascere, logica rifiutata da questo mondo, ma condizione inderogabile per entrare nel Regno. La lezione che Pietro, gli apostoli e tutti noi dobbiamo imparare è che seguire Gesù significa seguire un “crocifisso”.

Gesù perciò si rivolge ai discepoli e spiega loro che l’essere suoi discepoli deve trovare verifica nella condotta: saper dire “no” all’imperioso “io” peccatore ed essere pronti a sopportare le ingiurie legate al discepolato. Quando l’ io peccatore sarà ripudiato, allora  sarà scoperto il vero io di un uomo e incontrerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria.

“Chi vuoi venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua”, “ogni giorno”, aggiunge Luca.  Portare la croce ogni giorno significa vivere ogni giorno con la mentalità di Gesù libero, ma attento a Dio e agli uomini, accettandone tutte le conseguenze: l’incomprensione,  la sofferenza e, spesso, la  morte.

La sofferenza, per Gesù e i suoi, non è dunque ricercata, non è masochismo, ma conseguenza necessaria del progetto di vita proposto da Gesù stesso, il quale non aspira a morire, ma a vivere.  BUONA DOMENICA !

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 23 AGOSTO 2020

 

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A – 23 agosto 2020

Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaìa (Is 22,19-23)

Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tu quel gi avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre». Parola di Dio

I versetti di questa lettura fanno parte di un brano in cui Isaia fa allusione a contrasti da lui avuti con ufficiali della corte del re. Nel nostro caso, si tratta di un certo Shebna, a cui il Profeta rimprovera orgoglio e usurpazione di onori. Il profeta annuncia che il potere verrà trasferito ad Eliakim il quale l’eserciterà in maniera ben diversa, poiché sarà “padre per gli abitanti di Gerusalemme e per la casa di Giuda”. Di particolare interesse è il riferimento del profeta alle insegne usate per il conferimento dell’incarico: la tunica, la cintura  e soprattutto la chiave. La chiave, simbolo dell’autorità del maggiordomo di concedere o negare l’accesso alla presenza del re, veniva poggiata sulle spalle. L’immagine usata qui per denotare l’autorità del funzionario reale è molto simile a quella di Mt 16,19, il vangelo di oggi.

Salmo Responsoriale (Dal Sal 137/138)

Rit. Signore, il tuo amore è per sempre.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. R.  Non agli dèi, ma a te voglio cantare, /mi prostro verso il tuo tempio santo. R. Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome. Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza. R. Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano. Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani. R.

Il salmo, attribuito a Davide, è un inno di ringraziamento al Signore, fondato su motivi diversi. Si possono distinguere tre strofe: la prima espone i motivi della riconoscenza; la seconda invita anche i grandi della terra a celebrare il Signore; la terza contiene una preghiera al Signore perché porti a compimento i benefici cominciati.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 11,33-36)

O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen. Parola di Dio

Concludendo la trattazione del problema della sorte d’ lsraele, Paolo aveva affermato che “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare misericordia a tutti”. In questa incisiva dichiarazione si rivela il Dio nascosto, sconosciuto, ineffabile, a cui nulla è impossibile. Di qui è naturale il passaggio a una entusiastica esaltazione della misericordiosa sapienza di Dio: “Come sono inesauribili le risorse di Dio, e la sapienza e la conoscenza!». Bene aveva detto il profeta (Is 40, 13): “Chi ha dato aiuto allo spirito del Signore? Chi gli ha dato consiglio? Chi gli ha mostrato il da farsi?». Dio non è debitore a nessuno né per i Suoi disegni né per i Suoi doni agli uomini (cf. Gb 41,3). Tutto procede dalla sua gratuita generosità, e non ha bisogno di consiglieri o assistenti. Paolo chiude l’inno con una formula di glorificazione di Dio come creatore (“da lui,”), sostegno (“per mezzo di lui”) e fine dell’universo (“per lui”).

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Parola del Signore

L’immagine espressa dal binomio legare-sciogliere, ricalcata su quella aprire-chiudere di Is 22,22; esso può significare il potere di dichiarare lecita o illecita una cosa (come facevano i rabbini nella determinazione della legge), o – più probabilmente – si riferisce al potere di escludere dalla comunione con i membri della comunità gli indegni e di riaccogliere i pentiti.

Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno del cieli. La “confessione di Pietro a Cesarea” è senza dubbio tra i brani più conosciuti e anche fra i più dibattuti del vangelo. La scena di questa conversazione è da situare nei dintorni di Cesarea di Filippo (odierna Baniyas),a qualche chilometro a nord del mare di Galilea; Gesù prende l’iniziativa: e le sue domande hanno carattere di sollecitazione per i discepoli. Nella prima domanda di Gesù chiede che cosa dice la gente del “figlio dell’uomo”. Gesù si rivolge allora direttamente ai discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?». Simon Pietro risponde per tutti, confessando che Gesù è il messia, “il Figlio del Dio vivente». Questo titolo aggiunto, che va oltre la confessione di messianicità, molto probabilmente riflette la fede più sviluppata della comunità cristiana primitiva, la quale riconosceva in Gesù un rapporto del tutto speciale con il Padre. Alla risposta di Pietro fa seguito la notissima dichiarazione di Gesù, che attribuisce il riconoscimento della sua messianicità da parte di Simone a una rivelazione divina. Gesù impone poi a Simone un nome nuovo, cui è legato il conferimento di un incarico che ha Costituito uno dei punti più controversi del vangelo. Simone riceve il nome di Pietro: “E su questa pietra, precisa Gesù, edificherò la mia chiesa”. La parola “ekklesia» ricorre. SoIo qui e in 18,17. Il conferimento delle chiavi nel v. 19 è chiara affermazione di una posizione di guida e di autorità affidata a Pietro. La frase rieccheggia Is 22,22. La chiave era il simbolo dell’ufficio di maestro di palazzo o maggiordomo, il più alto incarico della corte israelitica.

COMMENTO E MESSAGGIO

Il brano evangelico di oggi, che verte sull’esercizio dell’autorità nella Chiesa, lungo i secoli,   è stato al centro di molte polemiche, che si sono via via manifestate nel corso de secoli in seno alla chiesa. Ragioni storiche di vario genere hanno condotto in molti casi ad irrigidimenti da ambo le parti, fino a provocare incomprensioni o rivolte. Ma alla base di tutte le polemiche autoritarie o anti-autoritarie si può riconoscere un equivoco di fondo: quello di considerare l’autorità come dominio, come potere arbitrario. In realtà, guardando al vangelo, possiamo costatare che anche Gesù, come i profeti dell’A.T., si assunse il compito di provocare una specie di «crisi dell’autorità». Il suo «lieto annunzio» consiste proprio nel dichiarare prossimo l’avvento del governo di Dio. Nel nostro contesto ciò significa che Gesù lottò per l’autorità di Dio e relativizzò l’autorità umana (anche religiosa!). Gesù chiama al coraggio l’uomo di fede, il quale si sente interpellato come «figlio» di Dio e perciò chiamato alla responsabilità, al servizio e alla disponibilità. Gesù è il primo a comportarsi così.

L’autorità di Gesù è l’autorità stessa di Dio, che si manifesta nel suo modo di pensare, di parlare, di comportarsi (il popolo riconoscerà tale autorità: «Egli insegna come uno che ha autorità»: Mt 7,29). Ma l’autorità di Gesù è delegata, e si richiama continuamente alla sua fonte, cioè a Dio. Una tale autorità si impone non già per mezzo di un potere coercitivo, ma per i suoi stessi contenuti, che provocano, in chi ha fede, un’immediata adesione. Perciò e c’è imitazione di Cristo, dove c’è lo sforzo di e’e i contenuti del suo messaggio, è Gesù che viene Jaato e riconosciuto come «signore».

Gesù ha raccolto i suoi discepoli in una comunità di che è la chiesa. Di questa chiesa Pietro è costituito e il fondamento visibile, la «roccia», che assicura conslstenza e coesione all’intero edificio. La sua posizione nella comunità, è quindi unica e insostituibile. Egli ha la missione di garantire l’unità anche visibile della Chiesa di Cristo e di promuoverne la comunione. Alla chiesa, costruita su Pietro come su una roccia e garante dell’unità, Gesù assicura la vittoria contro le forze del male e le tendenze di morte. Per cui, sostenuta dalla forza di Cristo risorto e animata dal suo Spirito, essa appare attraverso i secoli un organismo vivo e vivificante, segno e offerta di salvezza per tutti gli uomini.

La «potestas» che Gesù ha affidato a Pietro e ai suoi successori comporta un impegno incessante non solo nell’annunciare il messaggio della salvezza, ma anche nel «pascere il gregge di Dio», ossia animare, esortare, guidare la comunità dei credenti secondo lo spirito del Vangelo.

L’autorità di Pietro e dei suoi successori riveste quindi un’importanza vitale e, pertanto, non potrà mai venir meno. I frequenti richiami di Gesù a vivere  i ministeri nella chiesa in spirito di servizio, non intendono contestare l’importanza dell’autorità come tale, ma ricordare che essa deve promuovere soprattutto la vita di fede e l’unità dei credenti. Per questo è necessario che  “autorità” e “obbedienza” si confrontino di continuo su quel modello che è Cristo, perché a tutti sia data la possibilità di vivere il proprio impegno cristiano ed ecclesiale in atteggiamento di dialogo, di servizio e di testimonianza.

BUONA DOMENICA A TUTTI

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 16 AGOSTO 2020

DOMENICA 16 AGOSTO 2020
XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaìa (Is 56,1.6-7)
Così dice il Signore: «Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi. Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». Parola di Dio

Questo brano apre la terza sezione del libro di Isaia. Per la sua scarsa unità interna, questa sezione non viene giudicata opera di un singolo autore ma una collezione di diversi poemi dovuti ad una «scuola profetica”, influenzata dall’insegnamento del Deutero-Isaia, che operò nella comunità postesilica.
Uno dei primi compiti che tale comunità si trovò a dover affrontare, fu quello di riorganizzare il servizio del tempio alla luce della dottrina del Deutero-Isaia, e particolarmente del suo universalismo. La lettura liturgica sceglie i versetti che si riferiscono proprio a questo tema. Il v. 1 rispecchia nelle parole il Deutero-Isaia, ma il senso è diverso. Nel senso inteso dal Deutero-Isaia la «giustizia” di Dio si era realizzata con il ritorno dall’esilio, per l’autore di questo poema invece essa deve ora rivelarsi nella amministrazione e nella vita della comunità.
Il tema della gioia è caratteristico del Deutero-Isaia: un “nuovo canto” corrisponderebbe alle «nuove cose”. Ma qui la gioia trova espressione nel culto regolare del tempio in cui trova trova espressione la religione universale: un Dio per tutti, l’unità nel culto, come pure il generale riconoscimento di Jahvé. L’espressione «casa di preghiera” rappresenta il titolo più alto per il tempio, titolo ancor oggi scritto frequentemente sulle sinagoghe. L’espressione verrà ripresa anche da Gesù (cf. Mc 11,17); Giovanni (cf. 2,13-22), indicherà poi che è nel tempio del corpo di Gesù stesso che si compirà il pieno significato di queste parole.

Salmo Responsoriale (Dal Sal 66 (67)
R. Popoli tutti, lodate il Signore.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti. R. Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra. R. Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti. Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra. R.

Inno di ringraziamento per il raccolto (cf. Es 23,16), che si apre in una visione universalistica, perché dai doni della terra tutti i popoli sono chiamati a riconoscere il vero Dio e a lodarlo. Il ritornello sintetizza il pensiero del salmo: tutti i popoli sono chiamati alla lode di Dio, dopo che hanno visto le meraviglie che egli compie.

Seconda Lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 11,13-15.29-32)

Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti! Parola di Dio

Il problema che occupa la mente di Paolo in questi capitoli è quello dell’incredulità di Israele. Già in 9,27 egli aveva accennato a un raggio di speranza affermando che «un resto di loro” si sarebbe salvato. Ora egli torna su questo aspetto del problema e spiega ulteriormente che l’incredulità di Israele non è totale, ma solo parziale, non è definitiva, ma solo temporanea , e che nel piano divino la misericordia è aperta a tutti, giudei inclusi. Alla fine di questa sezione Paolo si diffonde in un inno alla misericordiosa sapienza di Dio.
Alcune osservazioni sui versetti scelti per la lettura: i gentili (pagani) non devono inorgoglirsi per aver accettato Cristo e credere di poter guardare a Israele con disprezzo. Paolo, che pur si gloria del suo ministero rivolto ai gentili, non può dimenticare quelli della sua stirpe o, come dice lui con vivida espressione, quelli della «sua carne”; perciò si propone uno scopo preciso: di suscitare la loro gelosia e così salvarne alcuni. La disobbedienza dei giudei è stata un motivo del riversarsi della misericordia di Dio sui gentili: ma tale misericordia sarà usata indubbiamente anche verso gli stessi giudei. L’ultimo proposito di Dio per il mondo è ora rivelato; esso è misericordia tanto per i giudei quanto per i gentili. II fatto che un resto fedele sia stato scelto non significa che gli altri siano destinati alla perdizione, anzi la misericordia divina dev’essere estesa a tutti senza distinzione . C’è qui un inequivocabile universalismo, anche se non ancora realizzato pienamente.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». “È vero, Signore”, disse la donna, “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
E da quell’istante sua figlia fu guarita. Parola del Signore

Alla controversia che ha portato Gesù ad affermare l’insufficienza della purità legale, Matteo fa seguire un racconto che presenta uno dei rari contatti di Gesù con i gentili. Gesù si dirige verso il territorio di Tiro e Sidone (a sud della Fenicia) abitato da pagani e lì è raggiunto da una donna proveniente dalla suddetta regione. Questa donna, chiamata da Marco siro-fenicia, da Matteo è detta cananea. La donna, avvicinatasi a Gesù, comincia a importunarlo con insistenza come può fare una madre che invoca aiuto per una figlia ammalata. Gesù non risponde; anzi oppone un rifiuto, dicendo di «non essere stato inviato che per le pecore perdute di Israele” . La donna non si perde d’animo e intreccia con Gesù un simpatico dialogo a botta e risposta da cui esce vittoriosa. Matteo conclude il racconto con una solenne esaltazione della fede della donna (lo stesso tema illustrato nella guarigione del servo del centurione: 8,13). L’episodio ha il suo punto culminante non già nel miracolo, ma nella confessione di fede della cananea. Gesù apprezza la fede dovunque la trovi.

COMMENTO E MESSAGGIO
Contrariamente al solito, questa volta le tre letture sono legate da un unico tema che riceve dai singoli brani una particolare sottolineatura. Si tratta di un tema ripetutamente affrontato nella sacra Scrittura, il quale può essere espresso con le parole di Paolo che rappresentano la chiave dell’intera epistola ai romani: Dio tutti ha rinchiuso sotto la disobbedienza, per far misericordia a tutti.
Il carattere universale della «misericordia di Dio» non viene colto con immediatezza nell’A.T. Col N.T., invece, cade ogni particolarismo e la fede cristiana si apre a una visione marcatamente universalistica.
Due osservazioni forse aiutano a capire le reali dimensioni di questo universalismo: 1) la misericordia di Dio è totalmente gratuita: nessuno, quindi, può vantare davanti a Lui un qualsiasi merito; è Dio che salva e per amore. 2) L’atteggiamento di Gesù verso la cananea ci fa capire come per Lui sia essenziale una fede umile e confidente, non già l’appartenenza a un popolo o ad un particolare credo religioso. In questo senso la cananea ha molto da insegnarci: molte volte anche noi cristiani che dovremmo avere, sulla base della nostra accettazione del Vangelo, una simile senso di fede.
La tensione universalistica del messaggio cristiano corrisponde anche all’evoluzione sociale del nostro tempo, rivolto a un progressivo superamento del nazionalismo. Questa direzione della storia corrisponde alla percezione più netta del valore intrinseco della persona umana e trova nel Vangelo la sua motivazione più forte. Infatti proprio dalla parola di Gesù proviene il comando di aprirsi a ogni uomo, superando tutte le barriere di razza, di cultura e di condizioni economiche e sociali e religiose. Tuttavia, questo non deve sminuire il senso dell’originale appartenenza e identità, che contiene in sé la cifra significativa di storia, cultura, tradizione, educazione e formazione.
Il testo ci costringe a mettere sotto giudizio il nostro comportamento individuale come pure quello delle nostre assemblee eucaristiche. L’avvento di Cristo ha determinato il fallimento della disciplina del tempio, fatta di esclusioni e di rigidi tabù (cf. prima lettura).

Ma possiamo noi dire che le nostre assemblee eucaristiche hanno una apertura veramente più grande? Meritano sul serio di essere segni del raduno universale che noi tentiamo di realizzare nella vita quotidiana? O lasciamo che qualcuno si senta in esse estraneo o addirittura escluso? Le nostre celebrazioni presentano un carattere tale da interessare gli uomini di tutte le classi sociali o sono escludenti? La presenza sul nostro territorio nazionale di tanti nostri fratelli nella fede provenienti da tanti paesi differenti, non  dovrebbe trovare nelle nostre celebrazione un luogo ove esprimere concretamente lav vera fraternità e la vera universalità e cattolicità del nostro cristianesimo. Invece, mi risulta che chi s’interessa della fede di questi nostri fratelli sono proprio pochi. Quando si parla di accogliere, promuovere ed integrare (il Papa e la CEI ne parlano spesso), ma non si fa quasi mai riferimento all’elemento religioso. Che sia diventato secondario? Beh, la liturgia di oggi ci dice ben altro. Dobbiamo veramente fare in modo che le nostre assemblee liturgiche siano caratterizzate da questa sincera apertura, affinché diventino effettivamente l’alimento per la costituzione di un’unica famiglia umana.

Buona Domenica.

ASSUNZIONE AL CIELO DELLA B.V. MARIA – 15 AGOSTO 2020

ASSUNZIONE AL CIELO DELLA BEATA VERGINE MARIA 

Prima Lettura

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Ap 11,19a; 12,1–6a.10ab

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:«Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo». Parola di Dio

Una donna vestita di sole e la luna sotto i suoi piedi. La donna è qui un simbolo del popolo di Dio. Rivestita di tutta la bellezza del mondo, ella è la prediletta di Dio. Genera nel dolore perché il popolo di Dio è peccatore (cf. Gn 3,16); ma genera il messia.  Contro il popolo di Dio e contro il messia si erge il serpente, nemico tradizionale dell’uomo, /’incarnazione del male che devasta cielo e terra. Cristo sfugge al suo potere mediante la risurrezione e l’ascensione. Rifugiandosi nel deserto e affidando a Dio solo la propria sorte, la chiesa, nuovo popolo di Dio, è certa che alla fine il suo Signore trionferà.
Noi oggi leggiamo questo testo per la glorificazione di Maria, poiché Maria è l’immagine vivente del popolo di Dio: anch’essa ha vissuto la prova della fede, il silenzio del deserto, la contraddizione della croce. Noi crediamo che ora ella è l’immagine gloriosa dell’avvenire promesso al popolo di Dio.

Salmo Responsoriale (Dal Sal 44 /45)
R. Risplende la regina, Signore, alla tua destra.

Figlie di re fra le tue predilette; alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir. R. Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre. R. Il re è invaghito della tua bellezza. È lui il tuo signore: rendigli omaggio. R. Dietro a lei le vergini, sue compagne, condotte in gioia ed esultanza, sono presentate nel palazzo del re. R.

II salmo sembra celebrare un matrimonio regale. Nella prima parte il poeta celebra il valore e la virtù del re; nella seconda parte glorifica la regina. Nella liturgia odierna questa seconda parte è applicata a Maria e ne celebra la grandezza e la bellezza.

Seconda Lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 15,20–27a)

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.
Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.
È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Parola di Dio

Paolo dice che «tutti muoiono in Adamo». Effettivamente tutti gli uomini sono soggetti a un numero incalcolabile di alienazioni, e la morte non è che l’ultima di esse. La forza schiaccia la debolezza, il «bisogno» uccide l’amore, la morte ridicolizza la vita … Ora un uomo, per primo, si è liberato da questi impedimenti:
Gesù risorto. Egli non ha voluto restare solo nella sua vittoria e ha voluto condividerla con la chiesa, incaricandola di vincere, con tutti gli uomini, il male, l’odio, lo squilibrio, la paura e infine la morte.  Ci vuole del tempo per giungervi; la lotta si svolge, non senza difficoltà, perdite, compromessi … Ma, finalmente, la morte sarà vinta.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,39-56)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Parola del Signore

Quante evocazioni guerriere in questo Prefisso! Maria è paragonata all’Arca dell’alleanza che assicurava la presenza di Dio tra i suoi in combattimento, e Giovanni Battista esulta già davanti a lei come David davanti all’arca (2Sam 6,12). Inoltre Elisabetta accoglie Maria col «grido» che aveva accolto Giaele dopo la sua vittoria sul nemico (Gdt 5,2- o Giuditta dopo il successo su Oloferne (Gdt 13,17-18). Il cantico che Luca mette sulle labbra di Maria, invece,  supera in profondità tutti i canti guerrieri dell’A.T.; è un inno liberatore che contiene in sé tutte le suppliche e le speranze dei «poveri». Il Magnificat è soprattutto un canto pasquale, l’inno a tutti i rinnovamenti e gli sconvolgimenti possibili, che può sgorgare dalle labbra dell’uomo dopo che la morte può non essere più considerata assurda e dopo che l’odio può svanire davanti all’amore.

COMMENTO E MESSAGGIO

L’Assunzione della Vergine non è tramandata esplicitamente dalla s. Scrittura, ma essa adombrata nella visione del c. 12 dell’Apocalisse. È vero che la donna «vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di 12 stelle sul capo» rappresenta la Chiesa, ma la Chiesa contiene in sé i tratti tipologici della Vergine Maria, che di essa è figura più eminente. La Chiesa, del resto, abbraccia tutti i membri della comunità cristiana e quindi in modo particolare la Madre del Messia.
La Munificentissimus Deus con cui PIO XII proclama il dogma dell’Assunzione al cielo in corpo e anima di Maria, presenta “la donna” strettamente collegata all’inimicizia contro il serpente: Maria, quale seconda Eva, è impegnata col figlio nella lotta contro il peccato e la morte, opera di satana; per questo ha acquisito un rapporto nuovo con la vita, di cui quella celeste è espressione ultima.
Come la risurrezione gloriosa di Cristo fu parte essenziale e ultimo trofeo di questa vittoria, così occorreva che il combattimento affrontato dalla Vergine assieme al Figlio si concludesse con la glorificazione del suo corpo verginale; poiché secondo la parola dell’apostolo: Quando questo corpo mortale sarà rivestito d’immortalità, allora si realizzerà la parola della scrittura: la morte è stata inghiottita nella vittoria.
“A questo mondo senza pace, martoriato dalle reciproche diffidenze, dalle divisioni, dai contrasti, dagli odi, perché in esso è affievolita la fede e quasi spento il senso dell’amore e della fraternità in Cristo, mentre supplichiamo con tutto l’ardore che l’Assunta segni il ritorno del calore d’affetto e di vita nei cuori umani, non ci stanchiamo di rammentare che nulla mai deve prevalere sul fatto e sulla consapevolezza di essere tutti figli di una medesima Madre, Maria, che vive nei cieli, vincolo di unione per il corpo mistico di Cristo, quale novella Eva, e nuova madre dei viventi, che tutti gli uomini vuoi ricondurre alla verità e alla grazia del suo Figlio divino.
Ed ora prostrati devotamente preghiamo:
“O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini.
1. Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella vostra assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo, ove siete acclamata Regina da tutti i cori degli angeli e da tutte le schiere dei santi;
e noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore, che vi ha esaltata sopra tutte le altre pure creature, e per offrirvi l’anelito della nostra devozione e del nostro amore.
2. Noi sappiamo che il vostro sguardo, che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell’anima vostra nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità fa sussultare il vostro cuore di beatificante tenerezza;
e noi, poveri peccatori, noi a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima, vi supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo, fin da quaggiù, a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.
3. Noi confidiamo che le vostre pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angoscie, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le vostre labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che voi sentiate la voce di Gesù dirvi di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: Ecco il tuo Figlio;
e noi, che vi invochiamo nostra Madre, noi vi prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.
4. Noi abbiamo la vivificante certezza che i vostri occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli;
e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal vostro celeste lume e dalla vostra dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra patria.
5. Noi crediamo infine che nella gloria, ove voi regnate, vestita di sole e coronata di stelle, voi siete, dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli angeli e di tutti i santi;
e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di voi, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza; attraeteci con la soavità della vostra voce, per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del vostro seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria». (Pio XII)

Buona Festa dell’Assunta!