XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 11 OTTOBRE 2020

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaia  (Is 25,6-10a)

Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte». Parola di Dio

Nella nostra pericope il «re» Jahvé invita tutti i popoli ad un banchetto sul monte Sion. Il festino è simbolo della grande adunata della comunità di Dio una volta liberata dall’afflizione e dal dolore. Anche la morte, ultimo grande nemico dell’uomo, verrà sconfitta eliminando per sempre la terribilI maledizione di Gn 3. Con la distruzione della morte il profeta annuncia anche il perdono e la conversione dal peccato, condizione previa per ristabilire un giusto rapporto con Dio. In tal senso il v. 8 (eliminerà la morte per sempre) è state ampiamente usato nel NT per designare la vittoria di Cristo sulla morte e il peccato.
Anche l’immagini del banchetto è alla base delle parabole narrate da Matteo e da Luca. Il nostro testo contempla un significato più immediato: Jahvé mostra grande sollecitudine per tutti i popoli. Se sopra di essi è gettato un velo di lutto, la colpa è dei rispettivi re che li governano. Una volta giudicati e puniti costoro i popoli, saranno pronti per il culto di Jahvé. Sion verrà restaurata e il suo splendore attirerà tutti quanti. Oltre a questo potere di attrazione, Israele eserciterà una missione più attiva, sarà la luce delle nazioni, e rivelerà la maestà di Jahvé. Componenl principali dell’escatologia dell’A.T. : la salvezza offerta a tutti e I ruolo attivo del «resto» d’Israele che avrà una funzione missionaria. Il tempo messianico è considerato come una tensioni determinata da continui interventi di Jahvé per la realizzazioni totale della sua promessa, E questa promessa è Cristo.

Salmo Responsoriale (Dal Sal 22/23)

R. Abiterò per sempre nella casa del Signore.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. R.

Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. R.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. R.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. R.

È uno dei salmi più semplici e poetici. Il salmista esprime un profondo senso di pietà e di fiducia in Dio. Nella prima parte abbiamo l’immagine del pastore tanto familiare nella Bibbia e sempre commovente. «II Signore è il mio pastore, non mancherò di nulla”: Dio guida nel bene ed è ‘onte di sicurezza e di consolazione. Nella seconda parte il salmista descrive i benefici di Dio ed esprime il desiderio, che è certezza per la bontà divina, di abitare nella sua casa.

Seconda Lettura

Filippési (Fil 4,12-14.19-20)

Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Parola di Dio

Paolo non si rallegra tanto del soccorso materiale ricevuto dai Filippesi quanto dell’attaccamento che essi dimostrano per lui: tuttavia Paolo afferma di aver apprezzato giustamente il dono che gli hanno fatto soprattutto perché si trova nella tribolazione, cioè, nelle fatiche e nelle lotte missionarie, così in qualche modo essi partecipano del suo ministero.
Come Dio ha soccorso l’apostolo tramite il dono dei filippesi, così egli si prenderà cura di questa chiesa. I bisogni dei filippesi sono di ordine materiale e spirituale senza una precisa distinzione perché tutto viene da Dio. La «ricchezza» di Dio è un’espressione cara all’apostolo: descrive l’incalcolabile potenza e l’amore di Dio per il suo popolo di cui Gesù Cristo ha rivelato le profondità .
Infine la dossologia del v. 20 che ha un parallelo in Gal 1,5. Paolo ha detto «il mio Dio» nel v. 19; ora unisce nella preghiera tutta la chiesa di Filippi e si rivolge a «Dio, nostro Padre». La formula di Paolo non esprime un voto, un’esortazione, ma corrisponde ad un atto di fede effettuato nel culto della chiesa. Troviamo perciò in questa lettera la fatica e la precarietà dell’esercizio dell’apostolato, la fiducia incrollabile nell’aiuto di Dio e gli echi di una chiesa che prega chiamando padre il proprio Dio.

 

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». Parola del Signore.

Per comprendere la portata generale della parabola dobbiamo tener presente il contesto in cui si è formata. C’è un quadro biografico di Gesù e gli ambienti ecclesiali in cui è stata fissata. Ciò risulta chiaramente da Matteo e da Lc 14,16-24. Nel contesto letterario di Matteo la parabola è collegata alle due precedenti. Si tratta di una polemica destinata a rivelare ai giudei la gravità del rifiuto opposto a Gesù. Per l’esegesi si dovrà tener conto che nel regno inaugurato da Gesù avverrà ciò che la parabola racconta. Matteo vuole affermare che l’entrata nella chiesa è gratuita, ma non bisogna dimenticare che la chiesa è del «re»! I «chiamati» sono tutti coloro che sono entrati nella chiesa e gli «eletti» sono coloro che mostrandosi degni della grazia saranno i veri «giusti» del Regno.
Notiamo ora i principali temi:, vi è anzitutto la chiamata o l’invito, tipico elemento di Matteo. E presente sia nella vocazione dei primi discepoli come pure nell’uso di molte parabole (il proprietario della vigna chiama i lavoratori per pagarli. Vi è poi il rifiuto degli invitati, che ha come conseguenza la scelta di altre persone, radunate qua e là senza discriminazione.

COMMENTO E MESSAGGIO

La parabola dell’invito a nozze non sarebbe costruita se gli invitati avessero subito aderito alla primo sollecitazione. Ciò avrebbe costituito il solito iter. Tutto l’insegnamento della pericope si trova nel racconto del secondo e terzo invito. Solamente qui viene posta in evidenza la bontà del padrone di casa che invita. Dio è disposto a distribuire i suoi beni agli uomini. Egli non attende che siano essi a venire a lui. È lui che va incontro ad essi. Quanto è superiore il sentimento di Oh nel dividere i suoi doni. Dappertutto, tra di noi, è diffuso l’amor proprio. Vi sono innumerevoli esempi della barriera egoistica che fa sì che ognuno tenga per sé i suoi beni
L’immane grandezza della bontà di Dio si mostra ne fatto che al banchetto sono invitati buoni e cattivi. Chi s comportasse allo stesso modo di colui che viene rappresentato nella parabola, farebbe la figura di una persona bizzarra, che non si cura della sua dignità e senza alcun! motivazione costringe le persone che lo circondano l prendere i suoi beni.

Ma, secondo la Scrittura, “Dio non è simile all’uomo” . Presso di lui non vi sono distinzioni basate sul prestigio. La bontà di Dio ci entusiasma e ci stupisce proprio perché è accompagnata da una pazienza che l’uomo non riesce ad intendere. L’uomo, nonostante la sua bontà, è impaziente, violento, incostante. Talvolta è capace di manifestare bontà, raramente persevera però nella sua buona azione, specialmente se avviene ne silenzio.

Nella sua instancabile pazienza Dio ci invita alla sua festa. Non sempre siamo in grado di percepire invito. Dio ci manifesta la sua enorme bontà in una maniera che non balza facilmente all’occhio. Talvolta si serve delle persone che incontriamo, il cui spirito ci stimola al bene. Chi non ha fatto quest’esperienza? Talvolta dirige il nostro sguardo su un giornale o su un libro, come fece con Agostino: Prendi e leggi. Oppure ci manda i doni della sua grazia.
La presenza nella sala da nozze però non garantiva ancora la partecipazione alla gioia del banchetto. La prima cosa che il re fece, dopo il suo ingresso nella sala, fu di espellere l’uomo senza veste nuziale. Voleva essere un avvertimento ai giudei che si comportavano con superbia per la loro discendenza da Abramo e che pretendevano di avere automaticamente la salvezza. Anche per noi battezzati è un serio avvertimento.

Il logion finale descrive ancora una volta la bontà di Dio. I molti significano, nella lingua della Bibbia, tutti gli uomini. Non è una determinata categoria di persone che si salva, in contrapposizione a un’altra che, nonostante tutti gli sforzi, non riesce a raggiungere la salvezza. L’invito è rivolto a tutta l’umanità.
Gli inviti giocano un ruolo importante nella. nostra vita. Invitiamo le persone per avere dei contatti, per dialogare o per uno scambio di idee. Oppure veniamo invitati ed allora ci comportiamo da ospiti. L’invito ha delle proprie regole. Invitare significa accogliere una persona nella comunità familiare e farla partecipe della propria vita. Un invito è di solito motivo di gioia. Si sa infatti che si verrà osservati, che ci sarà rivolta la parola, che si chiederà il nostro parere. Ci sono naturalmente anche degli inviti di minor valore, quelli che si accettano malvolentieri, perché stabiliscono solo dei rapporti superficiali. Noi uomini pratichiamo dunque forme diverse di inviti.

Buona Domenica!