XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 27 SETTEMBRE 2020

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 27 SETTEMBRE 2020

Prima Lettura

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 18,25-28)
Così dice il Signore: «Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà». Parola di Dio

Sotto l’incalzare delle disgrazie dell’esilio correva in mezzo al popolo un amaro proverbio: «I padri hanno mangiato l’uva acerba, i figli ne hanno i denti legati» . Praticamente: Dio ci punisce per le colpe commesse dai nostri padri. Noi siamo innocenti, lui ingiusto. Ezechiele invece analizza i casi dell’uomo  e proclama: ciascuno porta in ogni istante il proprio destino; può comprometterlo o ristabilirlo; ma Dio in questo dramma non’ è ostile e neppure imparziale. «lo non trovo piacere nella morte di nessuno. Convertitevi e vivrete» (Ez 18,32). Non dobbiamo dimenticare che Ezechiele parla agli esuli ai quali ha svelato i disegni di Jahvé nei loro riguardi. Essi rappresentano quel nucleo sostanziale del «resto» vaticinato da Isaia, erede delle promesse fatte ad Abramo e a Davide. Certamente la loro non sarà una salvezza senza patemi: essi dovranno conquistarla e per il profeta l’atteggiamento che mostrano è tutt’altro che positivo. La sfiducia che essi mostrano di fronte all’agire di Jahvé spinge il profeta a chiamarli a penitenza, condizione necessaria per partecipare ai beni futuri. Gli esuli ritengono inutile convertirsi appigliandosi alla responsabilità collettiva, ma Ezechiele replica mettendo in evidenza la responsabilità individuale e la necessità di evitare le mancanze del passato. 

Salmo Responsoriale (Dal Sal 24/25)

R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno. R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. R. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. R.

Il salmista rivolge la sua umile preghiera perché possa godere di maggior sicurezza morale nel suo agire, senza venir meno per ignoranza o per mancanza di protezione divina: O Signore, fammi conoscere le tue vie. Egli desidera inoltre che si rinnovi l’amicizia di una volta fra lui e Dio; perciò prega: Non ricordarti dei peccati della mia gioventù, né delle mie colpe.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 2,1-11)
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre. Parola di Dio.

La pericope odierna risulta chiaramente divisa in due parti: la prima. (vv 1-5) il un’esortazione all’unità e all’umiltà. La seconda (vv. 6-11) è il noto inno cristologico, viva testimonianza della fede della chiesa primitiva sulla preesistenza divina di Gesù.
Nel v. 5 si realizza il passaggio tra l’esortazione dell’apostolo e l’inno cristologico. L’apostolo vuoIe dire: le disposizioni che vi ho descritto or ora sono le stesse che si riscontrano nel Cristo. Gesù Cristo ne è stato il primo esempio! Infatti pur essendo Dio, non ha ritenuto la sua condizione motivo di orgoglio e di confronto con Dio. Poi il testo entra nei dettagli sulla natura di Cristo preesistente, quindi prosegue affermando che Cristo entra concretamente in una condizione storica nella quale il suo compito è quello di servire e obbedire, per cui ai Filippesi e ai cristiani dovrà esser sempre presente questa raffigurazione del Cristo crocifisso, quando dovranno sopportare con costanza il disprezzo del mondo.
Nell’ultima parte dell’inno si parla invece dell’innalzamento del Cristo. Non vi è legame logico e psicologico tra la croce del Cristo e la sua elevazione; questo legame esiste solo nell’autorità e nella grazia di Dio. Ma, d’altra parte, la Bibbia ricorda spesso che Dio «eleva gli umili». Il Cristo umiliato e innalzato alla gloria, non è perciò un caso eccezionale, ma l’illustrazione del disegno eterno e immutabile di Dio. Ciò che Dio ha fatto per Cristo deve far riflettere i Filippesi e spingerli a maggior umiltà nelle loro relazioni fraterne.

Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Parola del Signore

Il nostro testo fa parte di un’importante trilogia di parabole che descrivono il rifiuto del Cristo da parte di coloro che avrebbero dovuto accoglierlo (cf. 21,33-46; 22,1-14).
Il brano è facilmente ricostruibile in quanto è composto da una parabola (vv. 28-30) e da due applicazioni (vv  31ss). L’uomo della parabola rappresenta propriamente Dio, mentre i due figli sono i giudei del tempo di Gesù: i «peccatori» che non osservano più la legge e le prescrizioni rabbiniche, e i cosiddetti «giusti», legati alla religione ufficiale, cioè i capi del popolo. Significativo nel contesto appare il verbo «fare» che qualifica il comportamento delle due parti ed esclude da un giudizio di valore la loro adesione o meno alla legge. Gesù infatti attira l’attenzione dei capi sui peccatori che prima hanno rifiutato Dio, ma ora, grazie al suo invito, si pentono e obbediscono, mentre le persone pie al momento decisivo non fanno altrettanto. Qual è perciò l’interpretazione esatta del v. 31?
Gli avversari di Gesù sanno benissimo che davanti a Dio vale solo l’obbedienza, il «fare» concreto. I pubblicani e le meretrici precedono i capi del popolo nel regno promesso non giungendovi prima, ma credendo (v. 32) al Cristo che inaugura il regno. Il brano evidenzia gli atteggiamenti degli uomini nei confronti del Cristo e del regno: «conversione» e «fede».

COMMENTO E MESSAGGIO

Paolo si rivolge alla comunità di Filippi con una cordiale e accorata preghiera, affinché tutti ricordino di essere riuniti nel nome di Cristo e vivano in concordia di pensiero e di azione.  L’apostolo esige una profonda umiltà che permetta di gioire del bene del prossimo, accettando i propri limiti. Paolo ricorda anche che l’egoismo distrugge l’unità, mentre l’amore disinteressatola edifica; l’esempio più chiaro lo abbiamo da Cristo stesso: il Cristo non ha rinunciato all’essere divino, ma ha assunto un’esistenza umile, e nella sua condizione di uomo egli conduce una vita uguale a tutti gli altri uomini. Iniziando con !’incarnazione la strada della rinuncia, Cristo la percorre durante la sua vita terrena fino all’ultimo, «fino alla morte e alla morte di croce». Facendosi uomo, Cristo sceglie la via dell’obbedienza, Paolo sottolinea in modo particolare questo stato obbedienziale del figlio di Dio; Dio a sua volta, prendendo Cristo nella sua obbedienza, lo esalta al di sopra di tutti, e lo fa sedere alla sua destra; e questo sarà anche il premio dei figli di Dio che seguono l’esempio di Cristo.
Troppe volte in noi si oscura il senso dell’importanza salvifica dell’umanità di Cristo, troppe volte confidiamo solo nelle nostre forze e se ci capita di rimanere soli ci avviliamo; ma questo avvilimento sarebbe evitabile, se noi ci ancorassimo con coraggiosa umiltà al resto dei nostri fratelli e insieme umilmente, per amore di Cristo, percorressimo la strada che conduce al Padre. Paolo ci esorta per questo a vivere in carità con i nostri fratelli: riconoscendo i nostri limiti e riscoprendo la nostra consistenza in Cristo. Allora rispetto, rinuncia, morte saranno illuminati dall’amore e dalla speranza: saranno imitazione di Gesù e condivisione della sua sorte totale. Morti nella comunità terrena di Cristo, per vivere nella comunità risorta che è Cristo.

Buona Domenica!

Cari Amici, consiglio vivamente questa  lettura. Le dicesse il Papa queste terribili verità! < https://www.maurizioblondet.it/vladimir-putin-loccidente-e-controllato-da-pedofili-satanici/ >