XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 02 AGOSTO 2020

IL PERDONO D’ASSISI, COS’È E COME FUNZIONA
Si tratta di un’indulgenza plenaria che il Poverello di Assisi ottenne  da papa Onorio III il 2 agosto 1216, dopo aver avuto un’apparizione presso la chiesetta. Tale indulgenza può essere ottenuta nel Santuario della Porziuncola, ad Assisi, grazie anche ad uno speciale decreto della Penitenzeria Apostolica   (Portiuncolae sacrae aedes, 1988) si può lucrare l’indulgenza, per sé o per i propri defunti, alle medesime condizioni, durante tutto l’anno, una sola volta al giorno.  Mentre in tutte le chiese parrocchiali e le chiese francescane sparse nel mondo si può lucrare dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno… (Per maggiori informazioni vedi sotto, dopo il commento alla liturgia di oggi).

MESSA DELLA  XVIII DOMENICA – ANNO A – 02 AGOSTO 2020

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,1-3)

Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide». Parola di Dio

Il c. 55, con una lunga serie di imperativi e con una piena orchestrazione dei maggiori temi del Deuteroisaia, invita il popolo ad un banchetto di gioia divina. L’ambiente in cui il profeta scrive è quello degli esiliati in Babilonia: per costoro l’oracolo suona come consolazione e appello ad accettare da Jahvé la salvezza che egli offre, a stringere un “patto eterno” con Jahvé “secondo le promesse fatte a Davide» (v. 3).
Ma il senso dell’oracolo va oltre; abbiamo qui il culmine della grande tesi del Deuteroisaia: progetto di Dio è di compiere la redenzione non solo per Israele, ma per tutta l’umanità.
Per l’odierna lettura liturgica sono stati scelti solo i primi tre versetti del capitolo che contengono appunto l’esortazione ad accostarsi per ricevere gratis acqua e pane, beni elementari per la soprawivenza e cari al simbolismo religioso biblico.
Per capire appieno il senso dell’espressione sarà bene ricordare che in oriente spesso l’acqua ancor oggi è venduta per le strade. Ma nel nostro caso il donatore va ben oltre il soddisfacimento del bisogno di acqua e di pane; con inusitata generosità si concede il lusso di offrire gratis vino e latte.
Ricostruendo la scena suggerita dai w. 1-3a, potremmo immaginarci il profeta che proclama questo invito in un bazar. Ma se la voce è del profeta, il messaggio è di Jahvé; anzi le parole dei w. 1-3a devono considerarsi parole pronunciate da Jahvé stesso. È lui che chiama tutti a partecipare al banchetto che imbandisce (cf. nel nuovo testamento Lc 14,15-24: parabola della grande cena).

Salmo responsoriale Sal 144 (145)
R. Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.

Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. R. Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente. R. Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità. R. Il salmo celebra Dio soprattutto nella sua prowidenza, lento all’ira e grande nell’amore. Questa sua bontà è motivo di fiducia per tutti, perché egli prowede di cibo a suo tempo quanti lo invocano e “sazia ogni vivente».

Seconda Lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,35.37-39)

Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?».
Dopo aver discusso i vari aspetti della nuova vita cristiana in unione con Cristo e le ragioni che fondano la speranza cristiana, Paolo conclude con questo inno di trionfo all’amore di Dio che si è manifestato in Cristo Gesù.
” brano (w. 31-39), caratterizzato da grande intensità di emozione, segue stilisticamente un andamento ritmico. Il progresso del pensiero è chiaramente segnato dalle quattro domande retoriche in ascesa: 1) Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (w. 31-32); 2) Chi ci accuserà? (v. 33); 3) Chi ci condannerà? (v. 34); 4) Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (w. 35-39).
Paolo presenta qui la situazione nei termini di un tribunale dove il credente sta per essere giudicato. Il piano salvifico di Dio rende chiaro al cristiano che Dio è dalla sua parte. Chi dunque ardirà presentarsi come accusatore, quando Dio stesso ha pronunciato la sua assoluzione e giustificazione? L’accusatore non ardirà apparire, tuttavia la difesa è già presente ed attiva:
“Cristo Gesù che morì, o piuttosto, che è risorto, il quale siede alla destra di Dio, intercede per noi». Chi dunque potrà separarci dall’amore di Cristo? Nessuna sofferenza o pericolo della vita può far dimenticare al cristiano l’amore di Cristo manifestato nella sua morte e risurrezione.
Nel v. 38 Paolo enumera una serie di forze concepite dagli antichi come ostili agli uomini (cf. Col 2, 15; Ef 1,21). I ” … principati e potestà. .. » sono le forze del male presenti nell’universo.
Né l’immensità dello spazio, né il perenne fluire del tempo (“né cose presenti, né future»), né la grandiosità dell’universo (“né alcun’altra creatura») può separare i figli di Dio dall’amore del loro Padre, assicurato loro nel Cristo.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Parola del Signore

La moiliplicazione dei pani. – Il v. 13 va inteso come una formula di transizione, ma serve anche a fornire una ragione per cui Gesù si trovi in un luogo deserto. In tal modo è preparata la situazione in cui si inquadra il miracolo.
Gesù, al momento del suo approdo alla riva, trova una folla che lo attende; egli ne è mosso a compassione e guarisce i malati. A sera invita gli apostoli a dar da mangiare alla folla. A questo punto compie il miracolo e sfama tutta la gente.
Il dono di Gesù non è solo sufficiente a saziare la folla, ma è sovrabbondante, tanto che si raccolgono molti avanzi. Il banchetto messianico. – Di quanta importanza godesse nella chiesa primitiva questo miracolo è prova il fatto che esso è l’unico episodio raccontato da tutti e quattro gli evangelisti.
Come gli altri miracoli, ma in misura tutta particolare, la moltiplicazione dei pani ha il carattere di “segno» di una realtà ulteriore. Lo si desume dall’accurata descrizione dei gesti che accompagnano il compimento del miracolo: sono gli stessi gesti che Gesù compirà “la notte in cui fu tradito»: “Alzò gli occhi al cielo, benedisse (i pani), li spezzò … » (v. 19). Che questo episodio sia raccontato soprattutto per il suo valore episodico come anticipazione dell’eucaristia è detto esplicitamente nel discorso che Giovanni fa seguire al miracolo, discorso che costituì un momento cruciale per i discepoli di Gesù (cf. Gv 6).
Ma per i primi cristiani, formati al linguaggio dell’AT (che spesso evoca il simbolo del banchetto per descrivere l’amore di Dio; cf. Is 25,6; 65,11-15; Sal 22,5); questo dar da mangiare da parte di Gesù è “segno» del Messia e del banchetto di gioia che egli avrebbe imbandito per tutta l’umanità.

COMMENTO E RIFLESSIONE
L’Eucaristia banchetto messianico e nutrimento necessario.
Nelle parole della Bibbia, Dio esorta il suo popolo ad avvicinarsi a lui per avere gratuitamente l’acqua della vita; Gesù stesso, mosso a compassione, provvede in maniera inattesa il nutrimento necessario alla vita.
Il linguaggio religioso, si sa, è un linguaggio molto spesso simbolico, utilizza cioè oggetto, fatti o situazioni di nostra immediata esperienza per comunicare realtà ineffabili o difficilmente riducibili a concetti. In ogni caso l’uso del simbolo è sempre più ricco di contenuto di quanto non sia l’uso di un concetto astratto. L’efficacia del simbolo è naturalmente condizionata dalla
sua trasparenza, ma anche dal contesto culturale in cui viene usato e dalla sensibilità dei destinatari; essendo gli ultimi due elementi soggetti a mutamento nel tempo e nello spazio, può capitare che alcuni simboli, efficaci un tempo, in un altro periodo possano sembrare sbiaditi e privi di mordente.

È questa la sorte toccata anche ai simboli del pane e dell’acqua?
Ricordiamo che la chiamata di Israele a prendere possesso della terra promessa di Canaan ai tempi di Mosè era stata legata con l’azione propriamente materiale di mangiare e bere. Per esempio, l’alleanza fra Dio e Israele era stata suggellata con una cosa tanto materiale come una festa (Es 24,11); ancora, il peregrinare nel deserto aveva offerto ad Israele l’opportunità di conoscere la vigile preoccupazione di Dio per il suo cibo quotidiano. Dt 8,3 manifesta con chiarezza l’intenzione di Dio che prima ha provato Israele con la fame, poi lo ha nutrito di manna, «per far capire che l’uomo non vive, soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.

Ma per noi, oggi, cosa dicono questi simboli? Anche nella nostra cultura essi continuano a esprimere, nonostante tutti i progressi della moderna dietetica, i bisogni fondamentali dell’uomo. Non è necessario richiamare le numerose frasi correnti come: Non ho neanche un tozzo di pane .. per indicare  il minimo indispensabile per sopravvivere. .
Forse, per mettere in luce quest’aspetto, ci manca l’esperienza diretta del carattere di urgente bisogno che la mancanza di pane e di acqua crea …
L’urgente bisogno di questi due beni elementari ci porta a considerare quale sia la proposta di Dio. Egli propone se stesso come risposta all’ugualmente urgente fame e sete dello Spirito dell’uomo;

Egli dà la sua parola come cibo e invita tutti al banchetta che egli appronta.

Tutti dunque, senza nessuna distinzione, siamo invitati al banchetto gioioso di Dio; nessuno è escluso. L’unica condizione per la partecipazione è che si abbia veramente “fame e sete” di Dio. “Anche se non avete denaro, venite”  è l’invito di Dio. È il povero che, non potendo pagare, scopre quello che si dona gratuitamente: l’amicizia rinfrescante come l’acqua, la fede che nutre, la speranza che conforta. Una sottile tentazione dei nostri giorni è quella di sentirci autosufficienti. Il progresso, il benessere in cui viviamo ci dà facilmente la sensazione di bastare a noi stessi, di non aver bisogno di nient’altro che non sia una certa abilità a districarci nei problemi della nostra vita individuale e sociale. La fame di essere è sempre la stessa, solo che prima si accettava tra le ipotesi possibili di soluzione  anche la scelta scelta spirituale e religiosa, oggi, invece, anche se c’è ed è cercata da parecchi, tuttavia è oscurata. Anzi si sta scatenando una rabbia animalesca contro la categoria religiosa e le sue rappresentazioni.

L’ultima forma di velenoso odio si è scatenato a Nantes, a Managua, Mozambico, etc. (vedi: >  https://www.culturacattolica.it/attualità/chiesa-oggi/cristiani-perseguitati-memoria-e-preghiera

Anche di fronte ad una ormai ossessiva fame di essere, si spinge a più non posso a fare escludere la possibilità che il Cristianesimo possa sfamare quest’impellente bisogno di vita. La gente è indotta a portarsi a trovare cibi della vita altrove: soldi, successo, potere, carriera, etc.  I giovani, poi, sono attratti dal suono ammaliante della sinfonia del male che li porta alla deriva completa: distolti anche dai miraggi degli adulti, vengono fiondati nel delirio dell’esaltazione di sé. Poveri ragazzi, si sentono incapaci se non sono superuomini e sotto indotti, perciò, a dare prova di saper reggere  il brio  adrenalitico del pericolo estremo:  dai funaboli  (Nietzsche – sempre lui! – dice in Così parlò Zarathustra:  assume fondamentale importanza la figura del funambolo … una sorta di cavo teso tra la bestia e il superuomo, impersona proprio quella figura che si eleva sul resto dei simili), a coloro che saltano da un cornicione all’altro, dal buttarsi gìù a capofitto con le snow bike su discesa ripidissima di neve, a quelli che devono giocare a scansare su monopattino e contromano  le auto. La cosa più triste è lo sballamento: una generazione distrutta da fiumi e fiumi di droga d’ogni genere: erba, sostanze sintetiche, miscele chimiche, etc. stanno sterminando una miriade di giovani vite. Disgraziatamente, questi fratelli sono costretti ad incontrare Dio solo quando scoppia il palloncino, quando escono frantumati, distrutti e lacerati da esperienze tragiche ed inverosimili. Insomma, oggi, noi società del benessere che facciamo pagare la nostra opulenza a miliardi di nostri consimili resi schiavi, acquistiamo un briciolo di buonsenso solo quando la nostra vantata autosufficienza mette a nudo la nostra reale insoddisfazione e l’estremo bisogno di un pane di gusto, diverso, che ci salvi dalla noia assassina. Allora costatiamo, a nostre spese, che allo stomaco pieno corrisponde uno vuoto abissale di spirito e siamo costretti a riconoscere che, come dice il profeta, abbiamo speso denaro per cibo che non sazia e non soddisfa. A questo punto c’è da chiedersi se non sia il caso di accettare il caldo invito che Dio ci rivolge, se non sia bene cioè che impariamo a gustare questo pane di vita che è Dio e la sua Parola. Cominciamo, gustando il prezioso Perdono d’Assisi che ci ha ottenuto il poverello d’Assisi, uno che è uscito anche lui con le ossa rotte dai sogni fumosi del cavalierato.

Buona Domenica del Perdono.

Dal sito:  https://m.famigliacristiana.it/articolo/il-perdono-d-assisi-cos-e-e-come-funziona.htm

COME NASCE  il “PERDONO D’ASSISI”?
Proprio alla Porziuncola il Santo d’ Assisi ebbe la divina ispirazione di chiedere al papa l’ indulgenza che fu poi detta, appunto, “della Porziuncola o Grande Perdono”, la cui festa si celebra il 2 agosto. È il diploma di fr. Teobaldo, vescovo di Assisi, uno dei documenti più diffusi, a riferirlo. S. Francesco, in una imprecisata notte del luglio 1216, mentre se ne stava in ginocchio innanzi al piccolo altare della Porziuncola, immerso in preghiera, vide all’ improvviso uno sfolgorante chiarore rischiarare le pareti dell’ umile chiesa. Seduti in trono, circondati da uno stuolo di angeli, apparvero, in una luce sfavillante, Gesù e Maria. Il Redentore chiese al suo Servo quale grazia desiderasse per il bene degli uomini. S. Francesco umilmente rispose: Poiché è un misero peccatore che Ti parla, o Dio misericordioso, egli Ti domanda pietà per i suoi fratelli peccatori; e tutti coloro i quali, pentiti, varcheranno le soglie di questo luogo, abbiano da te o Signore, che vedi i loro tormenti, il perdono delle colpe commesse. Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza.

LA RICHIESTA A PAPA ONORIO III
Alle prime luci dell’ alba, quindi, Francesco, prendendo con sé solo frate Masseo di Marignano, si diresse verso Perugia, dove allora si trovava il Papa. Sedeva sul soglio di Pietro, dopo la morte del grande Innocenzo III, papa Onorio III, uomo anziano ma molto buono e pio, che aveva dato ciò che aveva ai poveri. Il Pontefice, ascoltato il racconto della visione dalla bocca del Poverello di Assisi, chiese per quanti anni domandasse quest’ indulgenza. Francesco rispose che egli chiedeva “non anni, ma anime” e che voleva “che chiunque verrà a questa chiesa confessato e contrito, sia assolto da tutti i suoi peccati, da colpa e da pena, in cielo e in terra, dal dì del battesimo infino al dì e all’ ora ch’ entrerà nella detta chiesa”. Si trattava di una richiesta inusitata, visto che una tale indulgenza si era soliti concederla soltanto per coloro che prendevano la Croce per la liberazione del Santo Sepolcro, divenendo crociati. Il Papa, infatti, fece notare al Poverello che Non è usanza della corte romana accordare un’ indulgenza simile. Francesco ribatté: Quello che io domando, non è da parte mia, ma da parte di Colui che mi ha mandato, cioè il Signore nostro Gesù Cristo. Nonostante, quindi, l’ opposizione della Curia, il pontefice gli accordò quanto richiedeva (“Piace a Noi che tu l’ abbia”). Sul punto di accomiatarsi, il Pontefice chiese a Francesco – felice per la concessione ottenuta – dove andasse “senza un documento” che attestasse quanto ottenuto. Santo Padre, – rispose il Santo – a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni. L’ indulgenza fu ottenuta, quindi, “vivae vocis oraculo”.

QUANDO VENNE ISTITUITA UFFICIALMENTE?
Il 2 agosto 1216, dinanzi una grande folla, S. Francesco, alla presenza dei vescovi dell’ Umbria con l’ animo colmo di gioia, promulgò il Grande Perdono, per ogni anno, in quella data, per chi, pellegrino e pentito, avesse varcato le soglie del tempietto francescano. Nel 1279, il frate Pietro di Giovanni Olivi scriveva che “essa indulgenza è di grande utilità al popolo che è spinto così alla confessione, contrizione ed emendazione dei peccati, proprio nel luogo dove, attraverso san Francesco e Santa Chiara, fu rivelato lo stato di vita evangelica adatto a questi tempi”.

A quali condizioni si può ottenere l’indulgenza?
   Ricevere l’ assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti e successivi alla visita della chiesa della Porziuncola, per tornare in grazia di Dio.
   Partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione.
⇒   Visitare la chiesa della Porziuncola dove si deve rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana, e recitare il Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo.
   Recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice. Normalmente si recita un Pater, un’ Ave e un Gloria; è data tuttavia ai singoli fedeli la facoltà di recitare qualsiasi altra preghiera secondo la pietà e la devozione di ciascuno verso il Papa.

Cos’è l’indulgenza?
Nel Catechismo della Chiesa cattolica si legge: L’ indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità. (CCC 1478-9).

Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’ altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del Purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (CCC 1498).